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Cattolici più incerti che mai tra le onde del mare

Ottobre è il mese che la gente di mare dedica alla pesca prima che vengano le giornate di mare grosso, d’inverno, e le barche vengano ritirate sulla spiaggia. Ed è pesca fruttuosa se ci sai fare, tanto per il numero dei pesci tanto per la qualità del pescato. Così ad ottobre è stato tutto un fiorire di iniziative di presentazione e promozione del variegato mondo dei cattolici impegnati in politica; come a dire, tutti con la barca in acqua per restare nella metafora. 

Chi veleggia verso il mare aperto in acque internazionali, è certo del mezzo suo e dell’equipaggio imbarcato, sicuro che al momento di tirare le reti, la pesca sarà buona se non addirittura abbondante. Ma sotto sotto lo fa perché nelle acque nazionali non si può più girare la prora verso destra o verso sinistra, che per mare diventa tribordo e babordo, tale è la confusione delle regole per la pesca, unita alla massiccia presenza di barche e barchette nelle acque. 

E qui una riflessione, per chi osserva dalla spiaggia, si impone: già è difficile orientarsi in mare, ma di certo se non sai dove girare la prora poco ti rimane se non andare dritto. Che, ancora fuor di metafora significa ricercare un centro nello schieramento politico, quando lo schieramento non ha più bisogno di una suddivisione geometrica a tre (destra, sinistra e centro), ma si è organizzato in due dimensioni limitate da una linea retta, che non solo le divide ma le limita pure, amando i contesti definiti, certi e sicuri, alle incertezze imposte dalla libertà di pensiero e di azione. La scelta duale è per sua stessa natura livellante e quindi il percorso rimasto è solo quello sulla linea retta guardando, ma non sconfinando, a destra e sinistra. Il nostromo ha il suo bel daffare a tenere la rotta in mare aperto; da qui il fiorire di iniziative di promozione del viaggio che mirano ad assicurare sulla tenuta dell’imbarcazione nel tempo, quale che siano le prove; e poi a prendere in carico le istanze di quelli che sono rimasti a terra, i quali con soldi propri hanno finanziato l’impresa, a cui si uniscono quelli che sperano nel pescato, perché le pance sono vuote da troppo tempo e si è allungata a dismisura la fila di quelli che da tempo hanno fame.  

Quelli che viaggiano vicino alla costa, battono rotte già conosciute nella speranza che non via siano troppe barche sullo stesso posto, o che il luogo preferito per la pesca non sia conosciuto da molti, perché allora si pescherà niente o poco più. È una navigazione che non richiede un grande mezzo ma che soffre dell’incertezza del moto ondoso che vicino alla costa si può fare insidioso, richiedendo maggiori abilità al nostromo e all’equipaggio. Ma soffre pure dell’incertezza del pescato perché i pesci si muovono diversamente e migrano da un luogo all’altro ed inseguirli spesso non conviene; meglio aspettare possibili sporadici ritorni. In questa navigazione fioriscono le leggende delle pésche miracolosamente abbondanti nel cui mito si continuano a formare equipaggi e mettere barche in acqua. 

E i cattolici che c’entrano? Essi dovrebbero ben sapere, per studio del libretto della prima comunione, che il primo gruppo dei loro era composto per la maggioranza di pescatori e l’arte dovrebbero averla “tra le loro corde…(come dice il poeta). Ma sono spesso dimentichi e si avventurano con barche proprie o salgono sulle altrui come equipaggio. Quelli che armano un proprio mezzo, spesso non sanno nulla di mare, e vedono il solo miraggio della pesca abbondante senza tener conto che negli ultimi anni, non soltanto sono tornati a casa con “due pesci due”, ma pure che si sono male assortiti nell’equipaggio e quindi al momento di calare le reti, hanno pasticciato e litigato non poco: mesto risultato, pochi pesci e non di buona qualità.  Quelli che sono saliti su barche altrui, hanno patito il governo di altri (e avrebbero dovuto studiare meglio l’assortimento del personale imbarcato) e hanno lavorato male, non da par loro, per inedia, svogliatezza, incapacità di adattamento, confusione di ruoli e competenze e financo sfortuna; ma resta il fatto che a casa il pesce non l’hanno portato o se l’hanno portato era appena sufficiente per “un brodetto” in tempi di magra. 

Ed invero, il capo loro in questo tempo secolare, che di nome fa Francesco, bene dice e scrive da tempo su quali dovrebbero essere i principi da rispettare e le regole dell’ingaggio. La persona umana al centro dell’agire e il mondo che occupa. Significa pensare ad uno sviluppo futuro con regole differenti perché quelle attuali sono ormai inadatte e che hanno diseguaglianze insopportabili all’umanità. Ripensare alle diseguaglianze non come ad un male ineluttabile connesso all’esercizio della democrazia nel rapporto tra maggioranza e minoranza, perché questo non può essere; e se sono caduti nell’inganno che minoranza corrisponde a quelli che stanno fuori dai giochi allora debbono uscirne con un sol balzo, perché nulla è più grave dell’escludere l’altro. O se le diseguaglianze sono il male conseguente alle regole dell’economia di mercato, allora di dovrebbe iniziare a pensare che questo modello di sviluppo economico ha fatto il suo tempo, è servito all’umanità negli ultimi trecento anni ma ora – e non vi è vergogna alcuna ad abbandonarlo (d’altra parte non è una legge universale ma più modestamente un insieme di regole che l’uomo si è dato –  ci vuole ben altro per tenere insieme il vantaggio proprio con quello degli altri; un passaggio concettuale che porta dal bene totale di tutti (il benessere generalizzato oltre ad essere utopistico è anche uniformante) al bene comune; dall’economia dei mercati all’economia del mercato civile. 

Ma non meno importante è rendere certa e visibile la propria posizione sui diritti inalienabili, quelli senza i quali il vivere civile non è ipotizzabile, perché in questo tempo che scorre rapido, far conoscere agli altri che alcune questioni sono un baluardo oltre il quale nessuno può passare, non solo incoraggia i molti indecisi che proprio sulla difesa dei valori fondano le loro scelte di vita, sentendosi smarriti quando vengono meno e come purtroppo sta accadendo sempre più spesso, ma rafforza il sentimento di coesione tra le genti (o la gente se si preferisce), che è uno dei valori smarriti dall’umanità in questi tempi.  

Così quando si sceglie se armare un mezzo proprio o salire su un altro si guardi con attenzione alla rotta che è tracciata. Se ci sono diseguaglianze, se il pescato è già allocato e non c’è spazio per i bisogni che verranno, allora è meglio scendere a riva che si fa migliore figura o declinare l’invito per collaborare con finanze proprie ad armare una barca che traccerà una rotta per sé e non per il bene di tutti. Poi se si deciderà per il mare aperto o la più rassicurante navigazione vicino alla costa, questo dipende più dal coraggio di ciascuno che dall’esperienza propria.  Buon vento tra le onde.

Sociologia del rock: “L’immensità”, il capolavoro senza tempo di Don Backy.

Io sono sicuro che, per ogni goccia, per ogni goccia che cadrà, un nuovo fiore nascerà  e su quel fiore una farfalla volerà”. Parole rocciose e senza tempo nelle note de “L’Immensità” di Don Backy. Sono trascorsi oltre 50 anni da questo capolavoro della canzone italiana: nel 1967 Don Backy, artista “rock” nella sua visione della modernità,  cantava un ritratto dell’infinito senza precedenti, senza regole, senza memoria. Un’opera che diventa rock, già da diverse band re-intrepretata e tremendamente attuale. 

La teologia della speranza incollata alla certezza dell’essere umano, sognare per ogni goccia; la goccia che diventa persona, la comunità, spezzata, piegata, demoralizzata, rinasce, si rigenera, risorge: ecco il nuovo fiore. E nello scambio goccia–fiore la farfalla, un’umanità “nuova” e le future generazioni appaiono in tutta la loro energia. “Io sono sicuro che, in questa grande immensità, qualcuno pensa un poco a me, non mi scorderà”. 

In un contesto nel quale la guerra tra i popoli ci fa scivolare velocemente nell’oblio delle tenebre dell’animo umano, la solitudine della periferia dell’inconscio, avverte Don Backy,  arriva inesorabile. Non è la solitudine che conosciamo, è una solitudine di sguardi, di mente, di amicizia civica, di solidarietà sociale e di dialogo tra umani. 

Le performance rock che negli anni si sono plasmate, hanno vestito il pezzo di sonorità che ci inducono a fermarci, a guardarci dentro e a fare “analisi della psicopatologia quotidiana”, ci ricorda Freud. “Si, io lo so, tutta la vita sempre solo non sarò, un giorno troverò un pò d’amore anche per me, per me che sono nullità nell’immensita’. 

Ecco un’urlo di speranza, un esempio di “sociologia della liberazione”, uno slancio di impegno: potremmo dire, ecco la bellezza interiore che nella contemplazione dell’immensità e della straordinaria grandezza dell’anima riverbera l’ospitalità del tempo, garante dell’amore sociale oltre la crisi. Nel corso degli anni, Don Backy e le versioni “anticonformiste” e ribelli rock ci regalano quotidianamente pensieri, idee, commenti, riflessioni; ma anche modelli sociali di riscatto, di un’umanesimo musicale sociale che fa della partecipazione e dell’impegno un dichiarazione universale dell’esserci nella società.  

Scopriamo infine la nullità dell’essere nel suo sgretolarsi e scomparire, per poi diventare goccia trainante di fiori che come farfalle volano per dare un contributo a cambiare un mondo bisognoso dell’aiuto di ognuno di noi. “E un giorno io saprò, d’essere un piccolo pensiero, nella grande immensità del suo cielo.”

La Voce del Popolo | Quel mutato rapporto tra pubblico e privato.

Dell’affaire Gianbruno si è parlato anche troppo e dunque sarebbe il caso di cambiare argomento, anche per rispetto dei protagonisti. C’è un punto però che resta in sospeso in mezzo a tanto discutere e rovistare. Ed è il rapporto che corre tra pubblico e privato nella sfera politica dei nostri giorni. 

Un tempo, fino a pochi anni fa, queste due sfere erano distinte e separate. Quel briciolo di curiosità che gli elet- tori riservavano alla vita familiare dei loro leader, il poco che ne sapevano, il poco che ne arguivano, non condizionava mai più di tanto il loro giudizio politico, né le loro scelte elettorali. 

Un po’ perché i protagonisti di quella stagione erano più discreti, o almeno più accorti nel mettersi in vista. E un po’ perché i diritti dell’informazione (e perfino quelli della curiosità) si fermavano alle soglie di una certa reticenza. Poi però quella reticenza è stata travolta. 

Nel bene e nel male. Abbiamo preteso di giudicare i leader anche sulla base delle loro condotte private. E i leader a loro volta hanno pensato bene di raccontare ed esibire la loro intimità contando di trarne un vantaggio di simpatia presso i loro elettori. Una volta che s’è deciso – sulle orme del ‘68 – che il privato era pubblico e politico ogni barriera, che fosse di pudore o di furbizia, è stata divelta. 

Lungo questa strada, però, temo che abbiamo esagerato un po’ tutti. E così, ora, ogni vicissitudine più intima e riservata delle famiglie politiche, è diventata argomento pubblico ed elettorale. Se a questo punto si trovasse una via di mezzo tra l’eccessiva riservatezza e l’eccessiva indiscrezione non sarebbe una cattiva idea.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 26 ottobre 2023

Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia

Non c’entro, non voto: il tramonto della democrazia per difetto di partecipazione.

L’incontro dei “”popolari”, che avrà luogo a Catania la mattina di domenica 29 ottobre con una relazione del noto sturzologo Mons. Michele Pennisi (Arcivescovo emerito di Monreale), giunge dopo numerose analoghe riunioni (Camaldoli con i Cardinali Zuppi e Parolin, Rimini con Mattarella, Roma con Fioroni, che parteciperà anche a Catania, etc.) nelle quali è stata ribadita la necessità di dotare la politica italiana di una forza equilibratrice, capace di superare le gabbie bipolari. Una destra sempre più a destra e una sinistra sempre più a sinistra, infatti, non consentono più alla maggior parte degli italiani di sentirsi rappresentati, provocando astensioni dal voto giunte a superare il 50% e perfino l’80%:  alle suppletive senatoriali di Monza hanno votato in meno del 20%!

Le istituzioni ne risultano delegittimate e l’intero sistema democratico è alla mercé dei gruppi di potere organizzati, che con poche truppe cammellate occupano le istituzioni, abbandonate dalla maggioranza degli elettori. Anche le ultime elezioni amministrative a Catania hanno visto assentarsi quasi metà dei cittadini elettori, determinando la prevalenza del voto controllato dai CAF sui candidati “di opinione”. La rinuncia ad un’ampia partecipazione politica lascia  il campo ad un consenso tenuto insieme solo da legami clientelari, cioè di convenienza personale, volti ad alimentare e perpetuare il potere dei signori delle clientele.

Il rimedio consiste nel ripristinare la fiducia dei cittadini nella Politica, riaprendola ad una larga partecipazione soprattutto dei giovani, per ricostruire ed offrire una nuova classe dirigente credibile. Non bastano i social, come ha dimostrato l’effimera vampata dei 5 Stelle, ma occorre anche l’impegno e l’incontro sul territorio, per affrontarne concretamente i problemi e proporre soluzioni fondate sulla loro conoscenza diretta.

Cioè una politica ed una rappresentanza popolari, senza eletti calati dall’alto ed ignoti ai più, ma espressione del territorio e scelti con le preferenze di chi li riconosce da vicino. 

Ciò confligge innanzitutto con una legge elettorale forzatamente maggioritaria, che manda in Parlamento chi è più solerte nel servire il Capo, generatrice delle gabbie bipolari sempre più distanti e contrapposte, incapaci di incontrarsi sul bene comune.

Ecco perché occorre un’alternativa di centro popolare che riavvicini i cittadini alle istituzioni con un progetto di società modellata su valori condivisi, senza demagogiche scorciatoie populiste o sovraniste che inseguono gli istinti più bassi con i sondaggi d’opinione, con una governance partecipata e collegiale che impedisca il leaderismo, vulnerabile e pericoloso per la democrazia.

L’occasione per avviare la ricomposizione del Centro è fornita anche dalle elezioni europee, proprio perché con sistema proporzionale e preferenze, ma non per conseguire un’esigua soglia del 4% con una sorta di “raggruppamento temporaneo di imprese” (come fanno alcune componenti pseudocentriste, che per l’elemosina di qualche seggio puntellano la destra più populista e sovranista), ma mirando a scardinare -con il recupero della fiducia e della partecipazione di chi non vota – le oligarchie bipolari che bloccano da 30 anni la crescita dell’Italia moderna e la allontanano dall’Europa.

Come in Polonia, che con l’impennata del numero degli elettori – soprattutto giovani e donne – si è liberata dell’ultradestra populista e sovranista che aveva occupato i gangli vitali dello Stato, della giustizia e dell’economia, allontanandosi dall’Europa. 

Anche in Italia il risveglio dall’indifferenza suicida e il ritorno alla politica di gran parte dell’elettorato – soprattutto cattolico, ma non solo – con una chiara “visione” del tipo di società e di valori che si propongono, può invertire la tendenza attraverso formazioni popolari aperte alla partecipazione, governate democraticamente e collegialmente, in cui ciascun cittadino possa sentirsi soggetto attivo, non più per lucrare vantaggi personali ma per contribuire insieme al bene comune: “C’entro, perciò voto”.

 

L’articolo, d’accordo con l’autore, appare stamane anche su “La Sicilia” (che ringraziamo per aver accettato questa formula di collaborazione).

Destra, il vittimismo come arma di attacco della Meloni

La Presidente del Consiglio attraversa un momento complicato su diversi fronti, dall’ambito politico a quello personale; ma quest’ultimo potrebbe – anzi dovrebbe – restare assolutamente estraneo alle valutazioni sull’azione del governo e della maggioranza che lo sostiene; peccato che la prima persona a non rispettare questo principio sia proprio la stessa premier, decidendo di socializzare la propria vicenda familiare con tanto di foto e commenti sulle sue questioni familiari e di coppia.

È chiaro che la decisione di sovrapporre la sfera privata a quella pubblica è stata una scelta obbligata per una vicenda che, per come si è sviluppata e per le inevitabili implicazioni social-mediatiche, non poteva aspirare in nessun caso a restare circoscritta in un ambito esclusivamente personale; e così mentre la politica di tutto il mondo ha gli occhi sulla Striscia di Gaza, Giorgia Meloni (madre, cristiana, ecc.) si è dovuta occupare di Striscia la notizia.

Va peraltro notato che il Giambruno si era già distinto per alcune “perle di saggezza” che avrebbero dovuto imbarazzare la Premier senza necessariamente aspettare i noti “fuori onda” come elemento di costrizione per portare la Meloni a prendere pubblicamente le distanze da lui e dalle sue gesta; le scempiaggini proferite sull’imprudenza e sulle responsabilità delle donne che vengono molestate uscirono in un’intervista pubblica e non in un “fuori onda”, ma in quel caso l’intero cerchio magico meloniano si schierò a difesa delle sciocchezze del Giambruno-pensiero.

La scelta di pubblicizzare – e quindi politicizzare – la propria vicenda familiare comporterà per la Meloni un costo in termini di coerenza rispetto ai messaggi e agli slogan propagandistici sulla cosiddetta “famiglia normale” e anche per questo non disdegna di indossare i panni della vittima. Nel videomessaggio del Brancaccio cerca di costruirsi dei nemici in modo confuso e fumoso parlando di generici attacchi e cattiverie perpetrate nei confronti suoi e del suo governo senza indicare da chi verrebbero portati questi attacchi, oltre che da Mediaset, Giambruno ed altri “famigli” della Premier stessa. “Lasciamoli rotolare nel fango” ha detto nel videomessaggio senza chiarire i soggetti che dovrebbero rotolarsi, ma cercando solo di trasferire un’immagine di vittima accerchiata da soggetti non identificati. Questa “offensiva vittimistica” è un innegabile segnale di debolezza che prepara una stagione di precostituzione di giustificazioni ed alibi per l’oggettivo peggioramento della condizione sociale ed economica del Paese da un anno a questa parte.

Strano dibattito sulla coesione istituzionale a Torino e in Piemonte

C’è uno strano e singolare dibattito a Torino e in Piemonte. Da settimane, e in vista delle ormai prossime elezioni regionali, la sinistra e i principali esponenti del nuovo corso del Pd della Schlein, attaccano a testa bassa il bravo e capace Sindaco di Torino, Stefano Lorusso, perchè “deve interrompere subito la coesione istituzionale” con il Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio. O meglio, come dice l’esponente del partito populista torinese, l’ex sindaca dei 5 Stelle Appendino, “Lorusso deve smetterla di fare il promoter di Cirio”.

Ora, si tratta di un dibattito singolare ed anacronistico per svariati motivi ma soprattutto per due ragioni di fondo.

Innanzitutto perchè, proprio a Torino e in Piemonte, le migliori stagioni politiche per il nostro territorio sono coincise in questi ultimi anni quando si è costruita una vera e propria “coesione istituzionale” tra il Sindaco della città capoluogo e il Presidente della Regione. Così fu tra Castellani e Ghigo; tra Chiamparino e Ghigo e, infine, proprio con Lorusso e Cirio. E lo confermano vari progetti che hanno avuto una positiva e proficua ricaduta sui territori. Nel caso specifico, a Torino e in Piemonte.

In secondo luogo la cosiddetta “coesione istituzionale” è segno di una spiccata e matura cultura di governo. Solo chi concepisce la politica come uno contro permanente e frontale, come una radicalizzazione continua del conflitto politico e come tentativo costante – tic proprio della sinistra ex e post comunista – di delegittimare moralmente l’avversario/nemico prima e di annientarlo politicamente poi, può sostenere una tesi tanto strampalata quanto anti politica. Una modalità, questa, che non soltanto mette in discussione una prassi ormai consolidata e anche politicamente vincente, ma che soprattutto evidenzia come il populismo continua a serpeggiare e a caratterizzare larghi settori della politica italiana. Sinistra compresa, purtroppo.

Ecco perchè, quando si parla di “coesione istituzionale” o di “collaborazione istituzionale” tra i diversi vertici degli enti – anche se di diverso colore politico – la regola resta quella di evitare conflitti permanenti e semmai, e al contrario, ricercare le ragioni della convergenza politica per raggiungere obiettivi comuni e soprattutto utili per il territorio.

Spiace che per motivazioni puramente elettorali e accompagnato da una concezione politica alquanto infantile e discutibile, si metta addirittura in discussione quella ”coesione istituzionale” che resta una delle poche risorse positive e costruttive di un passato che non va semplicemente e qualunquisticamente archiviato.

Le aree di crisi mondiali e la centralità degli USA

Dall’inizio della sua presidenza Joe Biden è oggetto di facili ironie legate alla sua età avanzata e agli effetti che questa genererebbe sulla sua impegnativa attività. In realtà, al contrario, il vecchio Joe sta dimostrando capacità ed energie associate a grande esperienza e a una convinta assertività valoriale che si stanno dimostrando fondamentali in questa tanto difficile e perigliosa fase della Storia. Lo stiamo verificando anche in questi giorni così drammatici.

Mettiamo in fila gli eventi dell’ultimo periodo. 

L’assalto terroristico di Hamas ha riacceso i fari sulla questione palestinese, quasi dimenticata da tutti nell’ultimo ventennio, dalla fine della seconda intifada nel 2005, salvo fugaci ritorni di attenzione durante le periodiche recrudescenze dello scontro con Israele, in Cisgiordania e soprattutto a Gaza. Grave errore non considerarla con l’attenzione necessaria, in quanto essa è il fulcro di tutta l’instabilità mediorientale, da ormai oltre 70 anni.

L’incontro a Pechino fra Xi Jinping e Vladimir Putin in occasione delle celebrazioni cinesi per il decimo anniversario dal varo della Belt&Road Initiative ha confermato – in aperto contrasto con gli USA – lo “stretto coordinamento strategico” fra Cina e Russia, anche se la mancata riaffermazione della famosa “amicizia senza limiti” ha dimostrato una volta di più che la partnership è disequilibrata, tutta in favore del Dragone.

Facendo leva su una alternatività culturale al mondo occidentale e intrinsecamente convinti della sua inevitabile decadenza, nonché sulle difficoltà che la svolta ambientalista occidentale provoca ai paesi in via di sviluppo che necessitano di fonti energetiche immediate, Cina e Russia hanno consolidato il legame con gli altri partner che costituirono l’originario neologismo BRICS (ovvero Brasile, India, Sudafrica) e sono riusciti ad associare altre sette importanti nazioni, che dal prossimo gennaio diverranno parte integrante del nuovo coordinamento BRICS+.

Contemporaneamente Putin, molto attivo in questa fase, è andato in Corea del Nord ove col feroce dittatore Kim Jong-un ha siglato un accordo di cooperazione politica e militare alquanto inquietante e nell’immediato volto a rafforzare il volume di munizionamento dell’esercito moscovita impegnato in Ucraina.

Da quelle parti, che una volta chiamavamo Estremo Oriente, permane alta la tensione intorno a Taiwan, ritenuta da molti la possibile causa scatenante un reale conflitto mondiale nel caso in cui Pechino ne decidesse l’invasione e gli Stati Uniti rispondessero alla medesima facendo valere la loro superiorità militare sugli oceani.

Eventi apparentemente minori come la conquista del Nagorno Karabach da parte dell’Azerbaigian ai danni degli armeni, costretti ad un esodo biblico, ricordano alla comunità internazionale quanto numerosi siano i punti di attrito nel mondo pronti ad esplodere con inaudita violenza.

Infine, last but not the least, il conflitto in Ucraina, al momento apparentemente in sonno ma in realtà ancora attivo e devastante, per il quale non si intravvede alcuna via d’uscita e che sta da oltre un anno e mezzo accentuando lo scontro anche culturale fra occidente e “mondo russo” minacciando di espandersi ad altre aree del vecchio continente, nello specifico nei Balcani, ove la tensione sta crescendo fra Serbia e Kosovo e all’interno della Bosnia Erzegovina.

Uno scenario globale cui Biden sta dedicando tutta la sua esperienza e abilità diplomatica in un misto di empatia con gli alleati aggrediti e determinazione nel far loro comprendere (e se necessario imporre) che la via maestra alla fine è sempre il negoziato e che comunque l’uso esclusivo delle armi non è risolutivo e non può varcare certe soglie. Il sostegno militare non manca (ed è cresciuto nel tempo anche in potenza, come dimostra la recente consegna a Kiev di missili ATACMS a lunga gittata) ma non può oltrepassare limiti insuperabili.

Così al governo di Tel Aviv Biden ha espresso solidarietà e garantito appoggio esplicito, oltre che sostegno deterrente facendo arrivare in zona due portaerei, e dunque riconducendo gli Stati Uniti nel Mediterraneo, il mare che dai tempi del carismatico ma meno esperto presidente Obama essi parevano aver dimenticato. Ma ha pure portato un messaggio chiaro: non commettete l’errore che abbiamo fatto noi dopo l’11 settembre con la guerra in Iraq senza averne preparato il dopo.

Quello che il presidente americano sta evidenziando è che lo scontro in atto è fra democrazie e autocrazie (o dittature). Le libertà e la democrazia sono gli asset valoriali che illustrano la civiltà occidentale moderna senza dei quali essa scomparirebbe, soccomberebbe. E dunque per essi vale la pena di battersi. Ma sempre rimanendo con i medesimi coerenti. Certo, sono valori che impongono una fatica (la ricerca del consenso democraticamente espresso in libere elezioni dai propri popoli) che agli autocrati viene risparmiata, consentendo loro una gestione delle proprie politiche senza vincoli di consenso. Ma proprio perché è sui valori che la battaglia si sviluppa a essa non si può rinunciare. Entro però i margini del consentito, anche nelle guerre.

Così, sia a Zelensky sia ora a Netanyahu sono stati indicati i limiti da non oltrepassare. Scontando la non completa accondiscendenza dei due alleati ma chiarendo altresì che gli Stati Uniti aiutano ma non subiscono. Così, anche, a paesi formalmente democratici come India, Brasile, Argentina, Sudafrica, che pure hanno aderito a BRICS+, la questione del rapporto con le autocrazie verrà fatta presente. L’India del resto è parte dell’alleanza QUAD con Giappone, Australia e gli stessi USA nella regione dell’indo-pacifico, promossa in funzione anticinese (a conferma di quante contraddizioni vi siano nel progetto BRICS+ e di quanto complicata sia divenuta la geopolitica del nuovo mondo multipolare).

In tutto ciò bisogna però riconoscere che Biden il problema principale forse lo ha in casa, in una America profondamente divisa; un’America che ha vissuto giornate drammatiche come quella del 6 gennaio 2021 e che ora, con l’anno elettorale che sta per aprirsi, potrebbe viverne di utlteriori, ancor più gravi, per le sue fratture interne. Tutto ciò indebolisce l’azione esterna del Presidente. Anche solo l’ipotesi che alla Casa Bianca possa ritornare Donald Trump mette piombo nelle ali della diplomazia USA, alle prese con interlocutori, sia quelli alleati sia quelli avversari, che si domandano: ma ci sarà ancora sleepy Joe fra un anno e poco più o tornerà colui che gli ha affibbiato quell’irriverente soprannome?

Il centro prenda coraggio nel ricercare un percorso di pace

La fase molto delicata che stiamo attraversando, che è quella di uno storico mutamento degli equilibri globali, sollecita una adeguata iniziativa politica capace di tenere insieme sia le ragioni dell’Occidente, del sistema di alleanze in cui il nostro Paese è inserito, sia le ragioni del cambiamento perché le logiche di schieramento, pur dure talvolta, soprattutto quando implicano di dover condividere anche gli errori con i propri Alleati, non obbligano nessuno a mettersi il paraocchi per non vedere la novità che avanza nella storia. La fedeltà e l’affidabilità sul piano internazionale non sono in antitesi con l’apertura a un futuro da saper cogliere nei suoi aspetti essenziali.

Questa operazione politica appare tanto più necessaria anche come sostegno all’opera che i vertici istituzionali del Paese svolgono in modo impeccabile per ridurre le tensioni in Medio Oriente e non solo. E mentre si deve invece registrare da parte delle delle ali estreme dell’opinione pubblica il tentativo in opposte direzioni di cavalcare il conflitto israelo-palestinese per interessi di bottega. Da un lato il mondo dei centri sociali che simpatizza con Hamas, dall’altra i toni da guerra di civiltà che una destra che vive sulla diffusione della paura, torna a sbandierare, nonostante tali toni siano nei fatti evitati persino dal governo che pure è di destra.

In mezzo ci deve essere la politica. E non la pseudo-polica dei Cinque Stelle che dimostrano di aver capito benissimo che nell’elettorato, non solo in quello cattolico, esiste una domanda profonda di non affidarsi al solo ricorso alla guerra nel gestire il complesso passaggio dal mondo unipolare a quello multipolare, ma non sanno andare oltre al lancio di slogan acchiappa -consensi e appaiono prontissimi a seguire percorsi di coerenza alla Di Maio, se dovessero mai tornare al governo.

L’area di centro invece appare culturalmente attrezzata per individuare i margini concreti di iniziativa per contribuire a far sì che i fronti di guerra non aumentino, e che in UE e USA alla fine possa prevalere una via costruttiva alla transizione geopolitica oltre le illusioni di poterla contrastare attraverso molteplici fronti di guerra. Un dibattito che peraltro è in corso fra le élites occidentali. L’altro ieri, ad esempio, l’Economist ha espresso in un articolo fondati dubbi sul fatto che gli Stati Uniti possano riuscire a gestire contemporaneamente due guerre, e forse tre, pensando a Taiwan. E non ha omesso una realtà che è sotto gli occhi di tutti gli osservatori internazionali: “In Medio Oriente, però, l’America è più sola nella sua difesa di Israele, e più esposta a perdere amici e partner che a conquistarne di nuovi. In un’epoca di competizione tra grandi potenze, questo fa la differenza”.

Ecco allora l’importanza di essere come Paese alleati affidabili e intelligenti, discutendo insieme con gli Alleati il modo per non ripetere gli errori del passato, impensabili peraltro con un Resto del Mondo che è cresciuto molto e si è organizzato. E che questi errori vi siano stati da parte dell’Occidente lo ricorda anche Papa Francesco nel nuovo libro-intervista “Non sei solo. Sfide, risposte, speranze”, quando afferma che le guerre per esportare la democrazia sono state un fallimento dell’Occidente.

Un altro requisito per una gestione politica e non militare, del cambiamento geopolitico è costituito infatti, dal tener presente anche il punto di vista degli altri. Si può non condividere ma non lo si può ignorare, come ci ricordano i tragici fatti che stanno accadendo in Israele e in Palestina. Ed è un fatto oggettivo che sulla attuale guerra una maggioranza molto ampia di stati nel mondo esprima posizioni diverse, anche se non inconciliabili, rispetto a quelle dell’Occidente.

Occorre dunque che l’area di centro prenda coraggio sui temi connessi a un nuovo modello di relazioni internazionali perché senza un’idea di come mitigare e superare i conflitti in corso, senza un’idea positiva del multipolarismo come garanzia della pace, è la proposta politica complessiva del centro che risulterà monca proprio nel punto che forse sta divenendo giorno dopo giorno, quello più sentito dagli elettori.

Calenda e Renzi sono accecati, la loro condotta è irresponsabile.

Io non so cosa li accechi, se l’ambizione, l’incompatibilità dei caratteri, qualche interesse più riservato, etc. Ma qualcosa c’è e sta producendo un danno irreparabile agli equilibri politici del nostro sistema. Mi riferisco ai due protagonisti del “centro”, Renzi e Calenda, ai quali in molti avevamo confidato. Si erano ritrovati insieme per motivi diversi, ma quella casualità ci era sembrata provvidenziale. Due personalità forti rilanciavano l’idea più ovvia per un Paese come l’Italia: quella di una politica capace di riflettere e articolarsi sulla complessità dei problemi economici e sociali lasciando perdere gli strascichi ideologici che ancora ci portiamo dietro.

Infatti proprio il sistema “bipolare” che ha contraddistinto la seconda Repubblica, diversamente da quanto i politologi avevano previsto, invece di attenuare la forza attrattiva delle ali, l’ha aumentata (ultimamente di più nella sinistra) mortificando le componenti intermedie dei due schieramenti. In altre parole si era (purtroppo si deve usare il verbo al passato) aperto un varco enorme per una iniziativa politica di centro; favorita per di più dalle prossime elezioni europee con il sistema proporzionale. Una occasione irripetibile che non si sa se e quando si potrà ripetere. Una occasione drammaticamente sprecata.

Trascurando per un momento i limiti intrinseci di forze politiche identificabili con una personalità, Azione e Italia Viva avevano raccolto un seguito che a differenza dei loro leader, le comprendeva entrambe, immaginandole per di più come un’unica forza finalmente autorevole e credibile. E in fondo pure la tardiva uscita di Fioroni con Tempi Nuovi poteva essere letta in questo modo. Tutto questo sta andando in frantumi, mentre per la sinistra e la destra si apre una prateria per disputarsi tra loro quel primato che un centro finalmente forte non gli avrebbe invece consentito.

Ne abbiamo visti tanti negli ultimi tre decenni e adesso siamo a commentare quest’ultimo decisivo errore. Con un senso di sconfitta e di desolazione. Per una generazione era l’ultimo treno da prendere prima della notte. Quel centro che oggi non c’è più, avrebbe potuto accogliere una cultura politica ancora viva e attuale in un momento nel quale più del pregiudizio ideologico serve, appunto, la capacità di organizzare una azione di governo capace di dipanare i nodi una complessità economica e sociale dietro la quale si intravedono le potenzialità di un Paese che proprio adesso, grazie all’opportunità del Pnrr – come ha detto Mattarella ai sindaci – potrebbe aspirare a un futuro prossimo più operoso e sicuro. Ma i litigi in atto impediscono la formazione di questa prospettiva. 

Peccato.

I Comuni sono luoghi di democrazia, dice Mattarella all’Assemblea Anci.

(…)

I Comuni sono l’articolazione capillare della Repubblica, espressione dei valori costituzionali come ogni altra istituzione democratica.

Più delle altre istituzioni hanno la responsabilità del contatto diretto, immediato, con le esigenze di chi vive nei loro territori.

Di tutte le loro istanze, sovente anche oltre le funzioni comunali. Di raccogliere le loro preoccupazioni, le loro attese.

Passa da qui la tenuta della coesione sociale e, aggiungo, lo sviluppo dell’Italia.

Questa caratteristica dei Comuni ne fa istituzioni dinamiche, non statiche.

Istituzioni in movimento.

Gli stessi rapporti tra le articolazioni della Repubblica ne traggono vantaggio.

I Comuni sono, infatti, termometri immediati dello stato di salute della nostra comunità.

Indicatori sensibili di quali effetti possono provocare situazioni di crisi, scarsità di risorse, scelte compiute a livello regionale e statale.

[…]

I Comuni, con le loro esperienze, sono – nell’attenzione alle necessità e nella ricerca di risposte – la prefigurazione di ciò che, sovente, viene poi raccolto nella legislazione e nelle scelte di governo.

Lo sono stati sin dallo sviluppo dell’unità d’Italia, quando il tema come la conoscenza dei fenomeni sociali venne affidato alla Unione Statistica delle Città Italiane (l’ISTAT sarebbe venuta decenni dopo l’USCI) o quando, per corrispondere all’ansia di sviluppo delle città e alla elevazione delle condizioni di vita degli abitanti, si dette avvio a formule allora nuove sul terreno di servizi come  l’acqua potabile, l’assistenza e la salute, l’energia e i trasporti, l’edilizia popolare, l’istruzione tecnica: esempi di welfare locale.

I Municipi sono stati centro e protagonisti dei processi di grande modernizzazione.

Sono permanenti laboratori di nuova partecipazione democratica e il pensiero corre al vissuto del decentramento amministrativo nei quartieri delle grandi città e nelle frazioni nei Comuni che si sviluppò negli anni Sessanta, capace di promuovere progetti civici.

I Comuni sono il primo banco di prova della vitalità di una democrazia, della nostra democrazia, e sarebbe un errore privilegiare scorciatoie su questo terreno.

Proprio la vitalità che caratterizza il rapporto tra le persone e i Comuni indica che va perseguita con ostinazione la strada del sempre maggiore coinvolgimento dei cittadini, elemento certamente non secondario di legittimazione. Anche per contrastare la preoccupante tendenza al disimpegno elettorale.

L’Italia è ricca della varietà di specifiche caratteristiche territoriali.

La sua bellezza, la sua storia, la sua cultura, persino le sue latitudini sono plurali.

Le diversità accrescono il valore del nostro Paese.

I Comuni rappresentano queste diversità, danno loro voce, nell’ampia cornice della Repubblica.

Investire sui Comuni vuol dire, quindi, investire sulla concretezza della vita dell’Italia, sul suo futuro.

La pluralità richiede sempre collaborazione.

Avete, difatti, sempre dimostrato saggezza nel non attardarvi nella logica delle piccole patrie per essere, invece, una grande forza nazionale, consapevole degli interessi generali, che dà senso e contribuisce alla direzione dell’Italia.

Ci uniscono un compito e una responsabilità collettive: l’attuazione della Costituzione, che pone sempre al centro la persona, la sua libertà, l’uguaglianza, lo sviluppo integrale.

Oggi è il tempo della prova di dare piena attuazione al Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Tante risorse, tanti progetti costituiscono nel loro insieme un’occasione storica per il nostro Paese, con la mobilitazione di importi ingenti, addirittura superiori a quelli del provvidenziale e mitico “Piano Marshall” nel dopoguerra.

Si tratta di un grande, decisivo contributo per innovare e migliorare l’Italia e l’Europa nella capacità produttiva, nella sostenibilità dello sviluppo futuro, nella coesione sociale.

Abbiamo conosciuto le stagioni dell’ammodernamento infrastrutturale. Abbiamo iniziato, negli anni 2000 a ridurre le distanze con l’alta velocità ferroviaria e a collegare le varie parti d’Italia con le reti wi-fi.

Abbiamo iniziato e questi percorsi vanno completati.

Siamo di fronte a nuove stagioni sul terreno della mobilità, del digitale, della formazione, che cambiano il modo di vivere e abitare, di produrre, di fare ricerca.

È un’occasione irripetibile nel medio periodo per migliorare la qualità della vita delle famiglie italiane, delle nostre comunità.

È questione che interviene anche sul tuttora irrisolto problema dei divari tra aree montane, rurali e insulari e aree metropolitane. Va implementata positivamente la Strategia nazionale Aree interne, in coordinamento con le altre risorse destinate, con una visione complessiva che sfugga la tentazione dei compartimenti stagni.

Centrare gli obiettivi del Piano è, in tutta evidenza, un traguardo a cui istituzioni, imprese, forze sociali sono chiamate a cooperare con il massimo impegno.

Questa è la vera posta in gioco: il salto in avanti che possiamo fare insieme.  

Avete orgogliosamente rivendicato di aver svolto fin qui i compiti che vi erano stati assegnati, e di aver rispettato le taPpe previste. E chiedete di ricevere – com’è bene – l’attenzione dovuta.

[…]

Ai Comuni è chiesto, spesso, di intervenire come pronto soccorso, di decidere in fretta, senza sovente avere certezza delle risorse necessarie ad affrontare le emergenze, con i Sindaci in prima linea.

È il caso delle calamità naturali.

È il caso di flussi migratori di dimensioni non previste.

Ciascuno deve fare al meglio la sua parte, sapendo che le politiche di mitigazione delle calamità devono essere accompagnate da adeguate politiche di prevenzione, così come è necessario dotarsi di visioni di ampio respiro per affrontare fenomeni epocali come le migrazioni, con cui ci si confronta in realtà da anni.

[…]

Rinnovo solidarietà ai Sindaci che hanno subito minacce, che affrontano pericoli e ostilità e continuano nel loro lavoro con sacrificio e dedizione.

La Repubblica è consapevole del servizio che rendete alla comunità nazionale e, per questo, vi è riconoscente.

È dai Comuni, dalle città, dai paesi, che riparte la fiducia.

Una fiducia non astratta, ma fondata su lavoro concreto, consapevole della forza da cui trae origine.

Celebriamo i cent’anni dalla nascita di Italo Calvino e siamo qui in Liguria, la regione dove, da giovane, si è formato.

Ne “Le città invisibili”, Calvino sogna e descrive luoghi immaginari, dove però il reale è vivo e l’ideale continuamente lo interroga e lo sfida.

Definisce le città, definizione che si aggiunge a quella che poc’anzi il senatore e maestro Renzo Piano ci ha presentato: “La città – scrive Calvino –  ti appare come un tutto in cui nessun desiderio va perduto, e di cui tu fai parte”.

I nostri centri abitati sono storia, progetto, impegno, speranza, percorso verso il futuro.

Ciascuno di voi si propone di lasciarli più belli, più vivibili, più civili di quando li ha avuti affidati dal consenso elettorale.

Un sogno e una promessa che ciascuno di voi avrà certamente fatto a sé stesso.

I Comuni sono i luoghi di democrazia dove questo percorso può essere condiviso.

Antonio Fazio fornisce un assist alla iniziativa dei cattolici popolari

Torna in campo Antonio Fazio, ex governatore della Banca d’Italia, ed uno dei “grandi vecchi della finanza cattolica”, chiamato a dare il suo contributo alla nascita di una formazione di Centro in vista delle Europee del 2024. 

Fazio sarà presente a Mantova alla presentazione del suo libro “Le conseguenze economiche dell’Euro” nell’ambito del sesto incontro territoriale di Piattaforma 2024, l’associazione della galassia cattolica presieduta dall’ex senatore Ivo Tarolli, impegnata nella nascita della lista centrista alle prossime europee. 

Nell’invito all’incontro – che si terrà oggi nalla casa del Mantegna alle 17,30 – Tarolli ha spiegato che “in questa occasione verrà ufficializzato che Piattaforma 2024 adotterà le Linee Guida degli insegnamenti in materia Economica e Finanziaria del dott. Antonio Fazio”, una “scelta che irrobustirà” il programma di Piattaforma 2024 che vuole proporre “Un Nuovo Modello di Sviluppo”. 

“Da Antonio Fazio – ha commentato Tarolli – per quasi 15 anni protagonista indiscusso delle vicende economiche italiane ed europee, abbiamo tratto un insegnamento maieutico: lo sviluppo dell’Economia, come lo sviluppo dei suoi processi non costituisce un fattore o una realtà a sé stante. L’Economia non è una realtà che rifulge di luce propria! L’Economia di mercato costituisce la manifestazione di una realtà più ampia, che coinvolge la Politica, la Giustizia, i Valori, e il funzionamento dell’intera società. Quindi non può che essere accompagnata da un Pensiero lungimirante, da una Cultura ad ampio raggio, e da leggi e da comportamenti che la sappiano indirizzare e, se serve, anche di correggere”. 

Anche Beppe Fioroni, presidente di Tempi Nuovi, l’associazione dei popolari ex Pd, sottolinea l’importanza del ruolo di Fazio: “Non è stato solo Governatore della Banca d’Italia, è una dei padri nobili della finanza cattolica, una realtà diffusa sul territorio che ha dato un contributo essenziale nello sviluppo economico e sociale dell’Italia del dopoguerra”. 

Fonte: ANSA

Si vince al Centro, serve un partito conforme a questa realtà.

Il mini test elettorale di domenica e lunedì ci hanno consegnato, per l’ennesima volta, un risultato abbastanza noto e collaudato. Ovvero, vincono le elezioni quelle coalizioni, quelle alleanze o quei candidati che trasmettono alla pubblica opinione un messaggio di moderazione, di buon governo e plurale. Senza estremismi e senza eccessiva radicalizzazione. Perchè dopo la sbornia populista, anti politica e demagogica di 5 stelle e con il progressivo, anche se ancora lento, ritorno della politica e delle sue categorie tradizionali, si ricomincia a vincere “al centro”. Questo non significa affatto che vincono e trionfano le forze centriste ma è indubbio che un’alleanza che non è sbilanciata eccessivamente a destra o a sinistra e che non presenta candidati a Sindaco o nei collegi uninominali politicamente molto radicalizzati, ha maggiori probabilità di vittoria.

Ora, che nel nostro paese si “vinca al Centro” e si “governi dal Centro” non è una gran novità. Perchè è una costante storica che accompagna e segna da sempre il sistema politico italiano a prescindere dal rapido cambiamento delle stagioni politiche e delle rispettive fasi storiche. Eppure questa costante politica e culturale resiste e obbliga gli stessi partiti, estranei ed esterni al patrimonio delle culture politiche centriste, e fare i conti con questa dinamica. Non è un caso che anche l’attuale governo guidato da Giorgia Meloni abbia impresso una svolta centrista sin quasi dal suo esordio con qualche stupore solo da parte di coloro che conoscono approssimativamente la storia democratica del nostro paese e le vicende concrete che ne hanno scandito i vari passaggi parlamentari.

Ed è proprio seguendo questa considerazione che emerge una domanda politica a cui, prima o poi, si dovrà dare una risposta concreta, coerente e convincente. Ovvero, ma com’è possibile se in un paese in cui si continua a “vincere al Centro” e a “governare dal Centro” non dar vita anche ad una forza politica schiettamente centrista, democratica, riformista e plurale? Ma com’è possibile, di conseguenza, che tutti coloro che si collocano o che si auto collocano con un po’ di fantasia al centro non siano in grado di tradurre questa domanda e questa richiesta in un progetto politico credibile e coerente? Cioè in un partito e, soprattutto, in un luogo politico?

Una domanda, lo ripeto, a cui prima o poi si dovrà pur dare una risposta politica ed organizzativa. Perchè non credo che le ripicche personali, le vendette e i pregiudizi ad personam possano essere gli elementi decisivi che bloccano il decollo di una formazione politica che, proprio dopo il “nulla della politica” incarnata dalla stagione populista di marca grillina, è sempre più gettonata e richiesta.

Una considerazione, questa, che dovrebbe far riflettere tutti coloro che vogliono battere la radicalizzazione dello scontro politico nel nostro paese e il consolidarsi di quel “bipolarismo selvaggio” che continua ad essere il tallone d’Achille che impedisce il vero rinnovamento della politica italiana da un lato e la stessa efficacia dell’azione di governo dall’altro.

Dibattito | Preferire Macron ai Popolari europei, un errore di Tempi Nuovi.

Dal tempo dell’Opera dei Congressi (1874-1904) alla nascita del PPI (18 Gennaio 1919) i cattolici  decisero di scendere in campo nella politica italiana, con l’obiettivo di inverare nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa. Dalla “Rerum Novarum” di Papa Leone XIII alle encicliche giovannee “Mater et Magistra” e “Pacem in terris”, sino a quella paolina “Populorum progressio”, furono sempre i principi ispiratori della Dottrina sociale della Chiesa (DSC) a guidare la loro azione politica, dai Popolari di Sturzo alla DC di De Gasperi, Fanfani, Moro e degli ultimi democristiani della nostra quarta generazione.

Nella lunga stagione della diaspora (1993-2023), dopo la fine del partito, la Dc, che aveva per oltre quarant’anni raccolto in larghissima parte il voto cattolico, si è accentuata sempre più fortemente la divisione tra cattolici della morale e cattolici del sociale, e si sono approfondite le fratture tra le tre componenti storiche da sempre presenti tra i cattolici italiani. Se “i cattolici democratici” hanno in larga parte concorso alla nascita del Pd, dopo l’esperienza della “Margherita”, “i cattolici liberali” hanno finito col sostenere il partito di Berlusconi prima, e, nel 2022, almeno in parte, lo stesso partito di estrema destra di Giorgia Meloni. Molti di noi, che siamo legati alla tradizione dei “cristiano sociali”, da Miglioli, Grandi, Gronchi, Pastore, Donat Cattin, Labor, Vittorino Colombo, Bodrato, Marini, Sandro Fontana, abbiamo scelto il ruolo di “democristiani non pentiti”, ponendoci l’obiettivo assai arduo della ricomposizione politica dell’area cattolica, considerato che la suicida separazione del trentennio della diaspora, ha prodotto una sostanziale irrilevanza delle nostre voci.

Credo che adesso, com’è stato per tutto il tempo dell’esperienza politica dei cattolici italiani, anche alla luce dei recenti insegnamenti e sollecitazioni provenienti dagli ultimi pontefici, nostro obiettivo politico strategico debba rimanere quello dell’impegno a tradurre nelle istituzioni i principi della Dottrina sociale della Chiesa, accanto al dovere di difendere e attuare integralmente i dettami della Carta costituzionale. Le encicliche sociali di papa Francesco (“Laudato Si’”, “Fratelli tutti”, insieme all’ultima esortazione apostolica “Laudate Deum”) sono le stelle polari che indicano le priorità per noi cattolici nel tempo che ci è dato di vivere. Credo che sarebbe, dunque, necessario assumere decisioni sul piano politico organizzativo coerenti con tali insegnamenti.

Sappiamo che la condizione necessaria, anche se non sufficiente, per facilitare il progetto della nostra ricomposizione politica, sta nel superamento delle leggi maggioritarie che, dal referendum Segni in poi, hanno ridotto il sistema politico italiano a un bipartitismo forzato, che non esprime la realtà del Paese, stante una renitenza al voto sempre più elevata.

Ci eravamo illusi che col voto europeo, che si svolgerà con legge elettorale proporzionale, prevalesse il buon senso, favorendo l’avvicinamento delle diverse frazioni in cui tuttora si scompone la complessa e articolata realtà culturale e politica dell’area cattolica. Invece, ancora una volta, sembrano prevalere nostalgie di vecchie formule già sperimentate all’interno del partito della sinistra, il Pd, presentate come una seconda fase della vecchia Margherita, probabilmente con il compito di ricontrattare dall’esterno, in condizioni diverse, ciò che non si era potuto raggiungere prima, nella condizione subalterna vissuta in quel partito. 

A me sembra un calcolo sbagliato, specie se per svolgerlo, si propone l’adesione al partito di Macron, “En marche”, nella sua versione di “Renew Europe”. Che un movimento/partito, come “Tempi Nuovi”, di Popolari già facenti parte del Pd, si propongano di partecipare alle prossime elezioni europee insieme a Calenda e/o Renzi, credo sia una strana capriola dalla Margherita in versione aperta alla sinistra, con Rutelli verso Veltroni, a una Margherita aperta a destra, verso i rappresentanti più autorevoli, come Macron, dei poteri finanziari dominanti.

Come si possano conciliare i principi e i valori della dottrina sociale cristiana con un partito che propone l’inserimento costituzionale del diritto all’aborto, credo sia molto difficile da spiegare all’elettorato di area cattolica. D’altronde l’area liberal democratica che già si trova inserita in quel polo, tra l’originale primigenio (Renzi-Calenda) e il surrogato di risulta, temo che finirà per scegliere il primo.

Come ho scritto più volte, ritengo che l’unità della lista per le europee della nostra area culturale si possa raggiungere, dopo un’attenta lettura dei programmi che per l’Europa propongono i due schieramenti del centro: quello del Partito Democratico Europeo (Renew Europe) e quello della Cdu, partito principale del Ppe. Quest’ultimo è ispirato dai principi del solidarismo cristiano e della sussidiarietà, coerenti con quelli della dottrina sociale cristiana, cattolica e protestante, che confermano il permanere dei legami profondi con i principi dei padri fondatori dell’Unione europea: Adenauer, De Gasperi e Schuman.

Un’alleanza, dunque, con i partiti che fanno riferimento al Ppe, considerato che la Cdu ha chiuso nettamente alla destra estremista e intende continuare la politica avviata dalla Merkel e da Ursula Von der Leyen a Bruxelles.

Un amico autorevole mi invita a chiarire come superare l’ostacolo di Forza Italia, il partito italiano più importante, almeno sin qui, inserito nel Ppe. Fu grazie al convincimento svolto su Berlusconi dai compianti Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo, che il partito del Cavaliere scelse l’adesione al Ppe e, oggi, può utilizzare il suo diritto di veto. Una lista che in Italia raccogliesse l’unità di tutte o della maggior parte delle componenti di area Dc e Popolare, ritengo, tuttavia, che non avrebbe difficoltà a farsi riconoscere quale componente attiva del Ppe, del partito, cioè, di cui la Dc storicamente è stata cofondatrice. Tanto più se permanesse in Italia l’alleanza di Forza Italia con due partiti, Fratelli d’Italia e la Lega, distinti e distanti nettamente dagli obiettivi politici del Ppe.

Penso, infine, che, presentandoci uniti alle europee con candidati nei collegi credibili, il nostro elettorato saprebbe ritrovare le ragioni di una partecipazione ampia al voto, e il risultato sarebbe la premessa della nascita di quel centro politico nuovo, ampio e plurale, basato sull’umanesimo cristiano, aperto alla collaborazione con le altre culture ispirate dall’umanesimo laico, liberale e riformista socialista. Servirà tanto impegno e molta generosità, a partire dalle periferie, nelle quali chiamare a raccolta tutti i movimenti, associazioni e gruppi che si richiamano alla nostra migliore tradizione culturale e politica.

Borrell (UE): no al terrorismo di Hamas, scongiuriamo però la crisi umanitaria.

Condannare il terrorismo di Hamas, ma allo stesso tempo affrontare la catastrofe umanitaria dell’assedio di Gaza da parte di Israele; esigere da Israele che rispetti il diritto internazionale umanitario; aumentare l’accesso degli aiuti umanitari attraverso Rafah, alla frontiera tra la Striscia di Gaza e l’Egitto, consentendo anche il passaggio di carburante per alimentare i generatori elettrici e i dissalatori per l’acqua potabile; restare in relazione e collaborare con i paesi arabi per scongiurare un allargamento del conflitto; rilanciare il processo politico di pace con l’obiettivo dei due Stati. Sono i punti essenziali indicati dall’Alto Rappresentante per la Politica estera e di sicurezza comune dell’Ue, Josep Borrell, durante la conferenza stampa al termine del Consiglio Affari esteri svoltosi ieri a Lussemburgo.

Borrell, che ha parlato per buona parte in spagnolo, ha iniziato con un omaggio all’enorme sofferenza del popolo ebraico nella storia, che si ripete oggi con gli attacchi terroristici di Hamas. “Credo – ha detto – che nessuno meglio del popolo ebraico possa sapere quanti danni un essere umano può arrecare a un altro essere umano. Nessuno più del popolo ebraico, che ha sofferto così tante persecuzioni nel corso dei secoli, per conoscere i danni che possono essere causati malignamente cercando di nuocere e far soffrire a un essere umano i peggiori trattamenti. La lunga storia del popolo ebraico, soprattutto in Europa, ci fa comprendere fino a che punto la sofferenza possa essere tanto orribile quanto quella causata da questo attacco di Hamas”.

“Ma allo stesso tempo – ha continuato – dobbiamo affrontare la catastrofe umanitaria che si sta sviluppando a Gaza, ed entrambe le cose devono essere fatte insieme: condannare gli attacchi terroristici ed evitare il più possibile la crisi umanitaria. E per questo è fondamentale che sia possibile per gli aiuti umanitari accedere a Gaza, e raggiungere le persone che ne hanno bisogno.

“Ci sono stati i primi convogli, ma – ha lamentato Borrell – molto ridotti; prima della guerra a Gaza arrivavano cento camion al giorno, ora ne arrivano venti, quando i bisogni sono molto maggiori. Questi primi convogli sono un segnale positivo, ma devono aumentare in velocità e quantità, e devono fornire medicine e cibo”.

“I ministri – ha aggiunto – sono stati d’accordo sul fatto che dovranno fornire anche il combustibile necessario per il funzionamento dei dissalatori e la produzione di elettricità.

Perché fondamentalmente – ha spiegato l’Alto Rappresentante – l’acqua a Gaza viene ottenuta da pozzi o dissalatori dell’acqua di mare. E come funzionano questi impianti? Funzionano con l’elettricità. E come viene prodotta l’elettricità? È generata con il carburante. Se non c’è il combustibile non c’è l’elettricità, se non c’è l’elettricità non c’è l’acqua. E se vogliamo l’accesso all’acqua per la popolazione di Gaza – ha sottolineato -, dobbiamo essere favorevoli anche alla fornitura del carburante necessario a tale scopo, attraverso i convogli di aiuti umanitari”.

“Ecco perché il sostegno all’Unrwa (l’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, ndr) è essenziale; e devo rammaricarmi – ha detto l’Alto Rappresentante – della morte di quasi 30 agenti dell’Unrwa nell’esercizio delle loro funzioni” durante questo assedio. “Il sostegno alla popolazione di Gaza è essenziale. E gli Stati membri, i ministri, hanno concordato che questo sostegno finanziario sia mantenuto e continuato, in linea con le risorse di bilancio che gli sono dedicate”.

“Abbiamo anche studiato le relazioni con altri attori internazionali. Bisogna evitare – ha avvertito Borrell – un’escalation regionale. È chiaro che la Russia sta cercando di trarre vantaggio da questa situazione attraverso massicce campagne di disinformazione”.

“Non dobbiamo perdere di vista l’obiettivo finale, che è la soluzione a due Stati. Ma se ne parla da trent’anni, e ogni volta sembra allontanarsi, al punto che il numero dei coloni nei territori della Cisgiordania si è triplicato nei trent’anni trascorsi dagli accordi di Oslo”, ha ricordato l’Alto Rappresentante.

Con i ministri dei Ventisette, ha continuato, “abbiamo discusso delle prospettive di pace nella regione e deciso che l’Europa deve impegnarsi a rilanciare un processo politico. Ne avevamo lanciato uno che ci ha portato a un importante incontro a New York durante l’Assemblea generale Onu di settembre, ma dopo quello che è successo gli obiettivi di questo progetto sono troppo brevi; dobbiamo rivitalizzare, rafforzare le nostre ambizioni, alzarne il livello. Dovremo approfondire le relazioni con i nostri colleghi dei Paesi arabi per vedere entro quale perimetro l’azione politica può fermare questo ciclo di violenza”.

Questa – ha ricordato ancora Borrell – è la quinta guerra che vedo a Gaza, e ho sentito dire molte volte ‘questa volta la finiremo a Hamas’. L’ho sentito troppe volte”.

“È importante, come ha affermato il presidente Biden, tenere conto anche della situazione del popolo palestinese a Gaza. Credo – ha osservato – che il discorso del presidente Biden alla nazione americana, alla vigilia del nostro vertice di Washington, contenesse elementi molto importanti riguardo alla moderazione che è necessaria nella risposta a un attacco brutale come quello subito da Israele”.

“Ebbene, poiché non c’è dubbio che il presidente Biden sia amico di Israele, permettetemi – ha concluso Borrell – di fare mie le parole che ha detto riguardo alla necessità di dimostrare la nostra volontà di salvare anche le vite dei palestinesi, e che Israele faccia la guerra secondo le regole della guerra”.

Fonte: Notiziario AskaNews

Una rinnovata Europa sia vero baricentro tra Occidente e Oriente

Prendiamo spunto dall’articolata discussione incardinata su “Il Domani d’Italia” sul ruolo propositivo che può svolgere una politica di centro in questa fase di avvitamento del sistema dei partiti, sempre più nella morsa di un  bipolarismo malsano, ed in particolare dall’articolo pubblicato ieri di Giuseppe Davicino, dal titolo ‘La transizione politica come crogiolo di una politica di centro”, per avanzare alcune considerazioni.

Nel condividere il quadro desolante circa lo stato attuale del nostro sistema e soprattutto della delusione che ha comportato, rispetto alle fervide aspettative, l’imbarazzante contesa tra Renzi e Calenda con cui hanno posto fine in modo scomposto alla loro sfida centrista con il cosiddetto “terzo polo”, suscita ancora particolare perplessità la condivisione del rinnovato auspicio espresso dalla nuova formazione dei popolari “Tempi Nuovi” a superare personalismi e incomprensioni, come peraltro si coglie da alcuni passaggi del loro comunicato del 19 ottobre scorso:“..Tempi Nuovi considera inevitabile che alla conflittualità permanente subentri il dialogo di lungo respiro, cercando con ciò d’individuare la strada per una soluzione da offrire al giudizio degli elettori il prossimo anno.                                           

Tempi Nuovi, pertanto, fa appello alle ragioni dell’unità, perché solo la manifestazione di un impegno concorde e solidale può attrarre il favore di una pubblica opinione desiderosa di cambiare il registro della politica nazionale.”.  Cui fa eco appunto Davicino con l’articolo citato ove testualmente possiamo leggere: “La tenacia con cui Tempi Nuovi si adopera per l’unità del Centro appare quanto mai opportuna in una fase in cui la domanda di una politica seria, affidabile ed equilibrata sembra procedere addirittura in modo spontaneo, risultando così forte, almeno tra l’elettorato del settore medio del ceto medio (perché i ceti medio-bassi e popolari si dividono ormai, purtroppo e forse anche un po’ per nostra responsabilità, tra astensione e populismi di vario genere, tra M5S, Lega e FdI), al punto da far pensare che il consenso vi sarà comunque.  E tanto vale allora tentare di superare ingiustificabili personalismi, come quello fra Renzi e Calenda, per raccoglierlo unitariamente questo consenso.”.                                                                                         

Ora è fin troppo evidente, volendo essere realisti, che quel connubio si possa ricomporre, dopo gli ultimi recenti episodi dove la litigiosità sembra essere arrivata agli estremi, complice la pretesa dell’uno e dell’altro sul finanziamento correlativo alla partecipazione elettorale dello scorso anno.                                                                                                                           

Non si capisce perché Tempi Nuovi non prenda sul serio di porsi essa come capofila di tale iniziativa coraggiosa che potrebbe portarla ad essere la testa di ponte di una sfida centrista magari aggregando altri pezzi della galassia democristiana, al momento abbagliati da una ingannevole seduzione esercitata dal centrodestra, soprattutto tenendo conto degli ambiziosi intenti che si sono dati i rappresentanti del Pde, nel cui comunicato, a conclusione di un recente incontro a Magonza, tra l’altro leggiamo:                                                       “..Rafforzeremo la cooperazione con i nostri partner che condividono idee basate sul rispetto reciproco e sui valori comuni. La nostra ambizione è quella di svolgere un ruolo di primo piano nella riforma del multilateralismo e di promuovere i nostri valori nell’ambito della cooperazione internazionale. Vogliamo consolidare la posizione e l’influenza dell’Unione Europea nel mondo, promuovendo la sua autonomia strategica e parlando all’unisono.                          Vogliamo un’autentica Politica di sicurezza e di Difesa Comune. Crediamo in un mondo in cui la pace non sia solo un ideale, ma una realtà per ogni individuo, garantendo un futuro sicuro e armonioso per tutte le generazioni a venire.                                               

A ben guardare gli obiettivi non appaiono di poco conto, non meritando di essere sacrificati al seguito di iniziative così avventurose, attesa la natura palesemente disomogenea e assai multiforme negli obiettivi (tanto sono apparsi subito diversi quelli di Renzi da quelli di Calenda) di ciascuna forza aggregata, da far ritenere sin da subito un’impresa dagli esiti assai incerti.                                                                                                                         Forse una maggiore fiducia nelle proprie forze non farebbe che convincere Fioroni e gli altri amici promotori che affidarsi a chi ha già fatto strame di uno stile, quello democristiano, (alludiamo ovviamente a Renzi e Calenda) non ne farebbe i migliori interpreti.                                                                 Tuttavia la questione posta ci dà la stura per guardare verso un orizzonte che ci è più vicino e che tocca il nervo scoperto di una galassia che non riesce a ritrovarsi unita su comuni obiettivi.                                                                                                                                              

Un percorso che non ha trovato in questi anni la giusta convergenza e sintonia e non se ne trova traccia in nessuna delle dichiarazioni affidate ai media dai popolari di Tempi Nuovi.                                                                                           

Eppure sarebbe un evento prioritario da perseguire in funzione di un nuovo protagonismo politico della cultura cattolico democratica nella comunanza di ideali che potrebbe infondere linfa vitale negli ambiziosi obiettivi che riguardano il futuro dell’Europa.                                                                                                                                    

Un sentiero che vale la pena ripercorrere se si ha il coraggio di ricompattare l’area cattolico democratica nell’obiettivo di definire una nuova identità all’Europa. Mentre poco potremo sperare da questa classe politica, colta da un furore populista irreversibile nella capacità di cogliere la profondità dei temi che questo processo evolutivo comporta.                                                                                                         

E l’ampiezza è quasi incommensurabile, se è vero che non c’è campo ove non si stiano portando grandi novità tecnologiche e organizzative: dal lavoro umano, alla produzione, dal consumo alla diagnostica e alle cure in medicina e ai tanti altri settori, segno di quanto i confini del progresso siano labili, non sono irrilevanti tutta quella serie di interrogativi, talora inquietanti, (come a proposito del ricorso sempre più massiccio all’Intelligenza artificiale) che stanno attraversando trasversalmente comunità e popoli; e soprattutto su che tipo di progetto di convivenza tra i popoli ogni forza politica strutturerà il consorzio umano per assicurare a tutti i continenti le condizioni di pieno sviluppo e di benessere di ogni persona.                                             

Non meno importanza assumeranno per tanti elettori delusi da politiche strillate e dal fiato corto, le proposte che questi due filoni culturali dell’area cattolica,come succedeva entro la virtuosa dialettica con cui la Dc sapeva poi fare sintesi, sapranno avanzare per la più concreta tutela del nostro ecosistema planetario ed un futuro ecosostenibile, e l’avvio di uno sviluppo armonioso, bilanciando nel miglior modo possibile il prezzo di queste scelte tra i diversi ceti sociali.             Già da tempo Papa Francesco,così come autorevoli organismi sovranazionali e osservatori della vita politica non smettono di sottolineare la priorità dei temi comuni per la salvaguardia del pianeta, condizione ineludibile per assicurare un comune futuro vivibile alle giovani generazioni e le migliori condizioni di convivenza tra i popoli, presupposto oramai immancabile per dare credibilità al progetto politico che ciascun paese proporrà al proprio interno su un tema così cogente.                                                  Su questo passa il discrimine tra chi opera per la coesione pacifica dei popoli e chi invece nell’accentuazione di visioni sovraniste non fa che spingere verso la disaggregazione di comunità sovranazionali in antitesi a comuni visioni di salvaguardia delle condizioni essenziali per la vita del pianeta e lo sviluppo delle comunità statuali.                                         Insomma un contesto generale che ci porta a legittimare la ragionevole preoccupazione che la deriva bellicista, avviatasi con l’occupazione da parte della Russia di Putin di pezzi di territorio dell’Ucraina, e la recente brutale aggressione violenta di inermi cittadini ebrei nei territori sovrani di Israele – cui speriamo che la preannunciata risposta militare del governo di Israele risparmi la popolazione civile, e convenendo che sia urgente e giusto dare attuazione concreta e pacifica alla risoluzione dell’Onu (due popoli, due Stati) con tutti i giusti presidi di sicurezza per entrambi – non può farci ignorare la precipua importanza che assumono le prossime elezioni per il rinnovo del parlamento europeo, con riferimento a quale idea di Europa ciascuna forza politica mira e quali coalizioni si mostrano funzionali a questi obiettivi.                                  

Mentre non va sottovalutata la presa d’atto che nel crescendo delle conflittualità tra i governi e tra nazioni, vecchi conti si stanno regolando, si profila un Europa sempre più ininfluente nel porsi come arbitro autorevole davanti a temibili conflitti sotto i nostri confini.                                                Non è allora ultroneo attendersi delle forze politiche più convintamente europeiste la proposta di un modello più aggiornato di Unione Europea fondato sull’esigenza di creare le condizioni per portare a compimento quanto vagheggiato da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel “Manifesto di Ventotene”, e da Jean Monnet, ossia gli Stati Uniti d’Europa, che sullo sfondo balenava anche nel pensiero dei promotori della Comunità europea. A tal proposito mi pare pregevole citare quanto ha affermato l’8 novembre del 2012 Viviane Reding, esponente del Partito popolare Cristiano sociale, a quell’epoca vicepresidente della Commissione europea, nella sua prolusione al Centro di diritto europeo dell’università di Passau: “Se si vuole una politica di bilancio sana e duratura, occorre un Ministro delle finanze europeo responsabile del proprio operato dinanzi al Parlamento europeo e che disponga di chiari poteri per intervenire nei confronti degli Stati membri. L’arbitrarietà dei giudizi pubblicati dalle agenzie di rating non può certo rappresentare un’alternativa! […] A Maastricht hanno voluto farci credere che era possibile introdurre un’unione monetaria stabile e una nuova valuta internazionale senza creare in parallelo gli Stati Uniti d’Europa. È stato un errore, e questo errore di Maastricht va corretto adesso se vogliamo continuare a vivere in un’Europa stabile ed economicamente prospera.”.                                           

Per questo non è di poco conto la connaturata sensibilità da parte di forze politiche come  la “nuova” Dc e i Popolari di Tempi Nuovi, ove gioca un ruolo prevalente la consustanziale capacità di saper approntare il giusto clima di ascolto e dialogo, da sempre il miglior viatico per giungere a trovare soluzioni, quanto più realistiche, ad ogni tensione e conflitto, soprattutto prima che esplodano, con l’effetto sovente di facilitare la maturazione di processi di democratizzazione autoctona. 

È perciò innegabile che nel groviglio dei rapporti tra Stati, su cui si erigono poi gli assetti futuri, grande ruolo assume la particolare attenzione alla transizione geopolitica, oggi avviata in direzione di un nuovo ordine mondiale ad evidenza multipolare, come rappresentato dai nuovi protagonisti sulla scena mondiale, quali Cina, India, e in misura minore Russia, che si aggiungono a pieno titolo agli USA, impegnati dalla fine della divisione di Yalta a fare da gendarme dell’Occidente e delle libertà dei popoli.     Mentre la nostra vecchia Europa, sotto lo scudo del patto Atlantico, sempre più immersa in una visione pacifista, ancora memore degli orrori delle due guerre mondiali, pur essendo tra le più solide potenze economiche, oggi è spiazzata nella competizione al riarmo.                     

Occorre che partiti come la “nuova” Dc, unitamente al Ppe, e i Popolari di Tempi Nuovi – che pure non facilmente troveranno terreno favorevole nell’ambito del Pde, apparendo immaginabile una sorta di resistenza da parte dei francesi di Renew Europe – nel solco di quel patrimonio di ideali che portarono a concepire con De Gasperi, unitamente ad Adenauer e Schuman, il primo abbozzo di comunità europea, con la Cee, si facciano promotori di una forma federale dell’Unione Europea affinché si avvii un processo di ridefinizione dei Trattati e delle Istituzioni, capaci di rendere più dinamico ed incisivo il ruolo dell’Europa.                                           

Un tale processo non mancherà di favorire nuovi posizionamenti nella prospettiva di future alleanze e nuovi assetti tra le grandi potenze, ma non dovrà far commettere l’errore di cadere nello scontro di civiltà, che spesso forze politiche populiste e sovraniste evocano in risposta a certo fanatismo fondamentalista, anche se non può ignorarsi che ogni regime totalitario o autocratico produce oppressione delle libertà e umilia i diritti naturali di ogni persona e spesso impedisce ogni attività di cooperazione, non solo economica, che possono contribuire a stimolare lo sviluppo di un paese.        

Al contempo obbligherà noi europei a modellare un nuovo concetto di Atlantismo, sempre ancorato ai principi dello stato di diritto, ma più volto ad un maggior coinvolgimento, in un ruolo attivo che l’Europa potrebbe svolgere in una nuova forma federata con propri organismi unitari di bilancio, di sicurezza e difesa comune e l’equiparazione degli Ordinamenti fondamentali, sulle materie affidate agli organismi federali, così da rendersi più credibile e meno gregaria nel concerto Atlantico.                                                  

Del resto non è un mistero che gli Stati Uniti, nostri maggiori alleati, da tempo presi da obiettivi di più ampio raggio, concentrati soprattutto nel quadrante indo-cinese, hanno inteso avviare un graduale disimpegno in confronto al vecchio continente.                                 

Mentre è un dato, come ieri affermava Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, che l’Europa appare, in presenza di scenari di guerra (l’Ucraina prima, e in queste settimane Israele e la Palestina) così minacciosi, disorientata e confusa, alla ricerca di un ruolo che non è in grado di esercitare a fronte di conflitti sempre più cruenti che richiedono arsenali traboccanti di armi; mentre appare sempre meno efficace la dissuasione anche nella forma della minaccia di far ricorso alla bomba atomica, tanto più tenendo conto delle nuove tecnologie militari oggi dominate da una tendenza verso atomiche a corto raggio (per fortuna ancora non sperimentate sui terreni di guerra).                                                        È indubitabile che l’accentuarsi delle aggressioni riveli un crescendo sempre meno contenibile di mire espansionistiche da parte di quei paesi che hanno in questi decenni riempito gli arsenali di armi.                                  Un salto di qualità che sposta su livelli più preoccupanti quel sotteso che talvolta affiorava scopertamente nelle competizioni commerciali nel tentativo di accaparrarsi giacimenti di materie rare o quando non si riesce a mettere le mani attraverso le nuove forme di colonialismo surrettizio, come sta avvenendo nel continente africano, ove non è infrequente agire favorendo “colpi di stato” funzionali al paese committente.                                         

Così è sempre più a rischio lo sviluppo delle condizioni per la convivenza pacifica tra i popoli.                                    Tanto basta per interrogarci se davvero l’attuale assetto ordinamentale ed istituzionale dell’Ue sia ancora compatibile con un ruolo e un protagonismo più autonomo e più dinamico che una nuova Ue può svolgere in direzione di una visione volta in primo luogo alla diretta assunzione della difesa dei confini europei, a fronte del graduale disimpegno degli Usa, e a promuovere e consolidare la convivenza pacifica tra i popoli e il rispetto delle sovranità, a cominciare dal versante est del continente europeo e dal lato sud-est del mediterraneo.                              

Ecco perché non è più tempo per ignorare i tanti nodi che stanno venendo al pettine a causa di politiche energetiche. e quindi di accaparramento delle materie prime, poco rispettosi dei diritti essenziali dei popoli e dell’ambiente, oltre al consumo indiscriminato dei territori: il tutto poco lungimirante. Così è disarmante constatare che dopo ottant’anni di pace diffusa (anche se non sono mancati conflitti endemici regionali in diverse aree del mondo) non siamo riusciti a creare le condizioni di un mondo senza conflitti. Servono pertanto nuove risposte capaci di dare credibili prospettive di pace e di futuro a ciascun paese del mondo. In questa prospettiva appare urgente avviare anche un processo di ridefinizione dell’Onu per dare poteri di intervento più incisivi. Non sarebbe un fuor d’opera perciò un’iniziativa congiunta tra nuova Dc e Tempi Nuovi, che ridia lungimiranza e nuovo vigore agli ideali dei padri fondatori portando a compimento l’idea di un’Europa federale per affrontare le nuove sfide planetarie.                                   

Auspico pertanto che, nella comune matrice democristiana, la “nuova” Dc e i Popolari di Tempi Nuovi facciano propria una visione promotrice – unitamente alle forze politiche europee di riferimento, Ppe e Pde, e se del caso anche con il Pse – che ponga come prossimo cruciale obiettivo gli Stati Uniti d’Europa. In previsione di questo scenario si adoperino al contempo affinché l’Europa, e con essa l’Italia, sia testa di ponte nel mediterraneo al sud come ad est, uscendo dal dualismo Occidente-Oriente in un quadro di rispettosa coesistenza e cooperazione pacifica con ciascuna area del mondo.

La figura e l’opera di Antonio Canova ai Musei Vaticani

Oggi la Direzione dei Musei Vaticani presenterà “Antonio Canova nei Musei Vaticani”, un ampio progetto espositivo diffuso e dedicato a celebrare la figura e l’opera del celebre scultore italiano che nelle collezioni pontificie svolse anche un ruolo istituzionale di rilievo: sovrintendente, direttore e figura fondamentale per il recupero delle opere prelevate dalle campagne napoleoniche, la sua poliedrica personalità deve necessariamente essere presentata in più direzioni.

Per questi motivi l’iniziativa espositiva – che si pone in chiusura delle celebrazioni canoviane del 2022-2023 – è stata curata da Alessandra Rodolfo, curatore del Reparto per l’Arte dei Secoli XVII-XVIII, ed ha visto il coinvolgimento diretto del direttore, Barbara Jatta, e si articola in diverse sezioni all’interno dei Musei Vaticani, offrendo ai visitatori l’eccezionale possibilità di ammirare una vasta selezione di opere di Canova, che ne mettono in luce l’importanza e l’influenza nell’arte del suo tempo e ne evidenziano la personalità e la maestria tecnica.

“Negli anni cruciali dell’occupazione napoleonica e della Restaurazione – commenta Barbara Jatta, direttore dei Musei Vaticani – Antonio Canova fu personaggio fondamentale per la politica culturale papale che ne valorizzò le doti organizzative, lo spirito di servizio, l’interesse verso la tutela e la salvaguardia del patrimonio artistico che fu affidato al suo vigile controllo. I Musei Vaticani devono tanto a questo personaggio straordinario ed è per questo che abbiamo inteso celebrarlo”.

L’iniziativa offre anche l’occasione per aprire al pubblico della Sala delle Dame al cui interno sono stati collocati opere, bozzetti e gessi realizzati dal Canova insieme ad opere di artisti a lui vicini, quali Giuseppe De Fabris e Cincinnato Baruzzi. La sala è tra le più raffinate dei Musei Vaticani e fino ad oggi non accessibile ai visitatori. Realizzata grazie a papa Paolo V Borghese tra il 1608 e il 1609 fu lo stesso pontefice che decise di commissionare a Guido Reni i meravigliosi affreschi della volta raffigurante la Pentecoste, la Trasfigurazione e l’Ascesa al cielo. Le preziose decorazioni delle pareti immergono il visitatore in un’atmosfera ottocentesca, in piena sintonia con le opere canoviane.

“Nella seicentesca Sala della Dame, – afferma Alessandra Rodolfo, curatore del Reparto per l’Arte dei Secoli XVII-XVIII. – impreziosita nella volta dagli affreschi di Guido Reni, è stato collocato il gruppo di opere canoviane, per lo più di soggetto religioso, provenienti dell’eredità del cardinale Placido Zurla.

L’allestimento giunge al termine di un luogo progetto finalizzato a restituire al pubblico tutte le opere vaticane del grande Maestro”.

Fonte: Notiziario Askanews

Argentina, Sergio Massa a sorpresa s’impone al primo turno

Lo davano in difficoltà, invece ha prevalso nettamente sugli altri contendenti. Quando nella notte primaverile di Buenos Aires i risultati sono apparsi sufficientemente stabili, Sergio Massa ha voluto lanciare subito un messaggio agli elettori in vista del ballottaggio. Ha detto che, nel caso di vittoria, è sua intenzione “iniziare a costruire una nuova tappa per la storia politica argentina”. 

Nel quartier generale, allestito nel barrio di Chacarita, i festeggiamenti sono esplosi con la ufficializzazione dei primi dati che indicavano il profilarsi di un successo inaspettato. Determinante, a questo riguardo, é stato il ruolo di Axel Kicillof, rieletto trionfalmente alla carica di governatore della provincia di Buenos Aires.

Massa, dopo aver auspicato il coinvolgimento nella sua battaglia dei radicali, interpreti da sempre di un certo sentimento progressista delle classi medie argentine, ha salutato la prova di maturità democratica che l’alta affluenza elettorale ha messo in evidenza. “Voglio dire agli argentini che questo grande giorno rende la nostra democrazia più forte, più robusta”. In più, spezzando una lancia a favore della politica di unità nazionale, ha preso impegno a rompere l’involucro della logica perversa dell’amico-nemico, fonte di tensioni e scontri permanenti, oggi più che mai lesivi per un Paese che viaggia al ritmo di un’inflazione del 180 per cento su base annua.

“Prendiamo questo tempo – ha ripetuto –  come un tempo di riflessione, come un tempo per parlare a tutti gli argentini”. Alla fine, ringraziando commosso tutti coloro che hanno prestato la loro collaborazione in campagna elettorale, non ha mancato di ringraziare “specialmente” per il suo sostegno Cristina Kirchner, eminente figura istituzionale e leader del partito che mantiene viva la fiamma del peronismo.  “A novembre, a qualunque costo, dobbiamo vincere”. Parola di Massa. 

Schröder sostiene che solo gli USA potrebbero risolvere la guerra contro l’Ucraina

L’amministrazione Biden ha impedito all’Ucraina di concludere un accordo di pace con la Russia nei primi giorni della guerra, ha affermato l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder.

In un’intervista al quotidiano Berliner Zeitung, Gerhard Schröder, cancelliere della Germania dal 1998 al 2005, ha affermato che centinaia di migliaia di vite avrebbero potuto essere salvate se non fosse stato per la pressione esercitata su Kiev da Washington affinché rifiutasse i negoziati di pace con Mosca. 

Schröder, che ha dovuto affrontare critiche per la sua amicizia con Vladimir Putin e i suoi legami commerciali in Russia, anche come membro ampio del Nord Stream 2 AG, ha rivelato che l’anno scorso l’Ucraina gli aveva chiesto di agire come mediatore con Mosca per cercare un accordo fine pacifica del conflitto dopo che l’esercito russo ha invaso l’ex stato sovietico.

“Le uniche persone che potrebbero risolvere la guerra contro l’Ucraina sono gli americani”, ha detto l’ex cancelliere. “Ai negoziati di pace del marzo 2022 a Istanbul con [l’attuale ministro della Difesa ucraino] Rustem Umerov, gli ucraini non hanno accettato la pace perché non gli era stato permesso di farlo. Prima dovevano chiedere agli americani tutto ciò di cui avevano discusso”.

“La guerra potrebbe finire se gli interessi geopolitici non fossero in gioco”, ha aggiunto.

Schröder ha detto di aver avuto due colloqui con Umerov, nonché un colloquio privato con Vladimir Putin e poi con l’inviato del presidente russo. Ha detto che Umerov ha espresso la volontà di accettare termini che darebbero garanzie di sicurezza a Kiev, affrontando al contempo diverse preoccupazioni chiave del Cremlino, come l’impegno dell’Ucraina a non aderire alla NATO e l’introduzione di riforme per garantire maggiore autonomia alla regione del Donbas, a forte etnia russa.

L’ex cancelliere ha anche affermato che Kiev era disposta a discutere lo status della Crimea – che la Russia ha annesso nel 2014 – e ha fatto riferimento ai resoconti contemporanei del quotidiano Bild per sostenere le sue affermazioni.

“Lui [Umerov] ha mostrato disponibilità anche sugli altri punti”, ha detto Schröder. “Ma alla fine non è successo nulla. La mia impressione: non poteva succedere nulla perché tutto il resto veniva deciso a Washington. È stato fatale. Perché ora il risultato sarà che la Russia sarà legata più strettamente alla Cina, cosa che l’Occidente non dovrebbe volere”.

“Gli americani credono di essere abbastanza forti da tenere sotto controllo entrambe le parti. A mio modesto parere questo è un errore. Basta guardare quanto è lacerata la parte americana adesso. Guardate il caos al Congresso”, ha aggiunto l’ex leader tedesco.

Le critiche di Schröder non si sono limitate all’amministrazione Biden, poiché l’ex cancelliere ha affermato che sia il presidente francese Emmanuel Macron che il suo successore come cancelliere tedesco Olaf Scholz devono fare di più per esercitare pressioni a favore della causa della pace, affermando che la guerra “non è solo una questione americana ma soprattutto europea”.

Ha sostenuto che, piuttosto che cercare di trovare soluzioni per porre fine alla guerra, i leader occidentali sembrano essere più interessati alla questione di come fornire all’Ucraina più armi, cosa che, secondo l’ex cancelliere tedesco, è stata per la “delizia degli americani”. e le industrie tedesche degli armamenti”.

“Perché il sostegno all’Ucraina non può essere combinato con un’offerta di dialogo con la Russia?” chiese Schröder. “Le consegne di armi non sono una soluzione per l’eternità. Ma nessuno vuole parlare. Tutti sono seduti in trincea. Quante altre persone dovranno morire? È un po’ come il Medio Oriente. Chi sono le vittime da una parte e dall’altra? Poveri che perdono i figli. Nessuna delle persone che contano si muove”.

 

Fonte: Agenparl

https://agenparl.eu/2023/10/22/lex-cancelliere-tedesco-sostiene-che-lamministrazione-biden-ha-impedito-allucraina-di-accettare-un-accordo-di-pace-nel-2022/

Carlo Donat-Cattin, Franco Marini e la sinistra sociale della Dc.

Sto ultimando un libro sulla esperienza della “sinistra sociale” di ispirazione cristiana nella politica italiana. Ovvero, l’esperienza riconducibile alla componente di Forze Nuove di Carlo Donat-Cattin nella Dc prima e poi di Franco Marini nei partiti che si sono succeduti dopo il tramonto della stessa Dc all’inizio degli anni ‘90. Certo, la storia non si ripete mai e quando cerca di farlo, come ben si sa, si trasforma prevalentemente in farsa. Come puntualmente è capitato in questi ultimi anni.

Ora, e al riguardo, è indubbiamente encomiabile che molti amici cerchino ancora di rifarsi a quella esperienza politica, culturale e sociale – ovviamente con una versione aggiornata e soprattutto contemporanea – dopo la sbornia populista, qualunquista, demagogica e trasformistica dell’ultima fase della cosiddetta seconda repubblica. Ed è altrettanto difficile scimmiottare una straordinaria realtà politica che, priva di un leader naturale di riferimento, rischia di trasformarsi in una semplice evocazione astratta e politicamente inconcludente e sterile. Eppure, al di là dello scorrere del tempo e del rapido cambiamento delle fasi politiche – oltretutto rafforzati dalla sostanziale assenza dei partiti sostituiti da vivaci quanto aridi cartelli elettorali – non si può rinunciare tranquillamente ad un patrimonio culturale, politico, sociale ed istituzionale che continua a rappresentare un asset decisivo e qualificante per l’intera storia del cattolicesimo politico italiano. Ma tutto ciò è possibile farlo, seppur con difficoltà, contraddizioni e molti limiti, a due sole condizioni.

E cioè, chi vuole riproporre il “pensiero” della “sinistra sociale” di ispirazione cristiana nella cittadella politica italiana deve oggettivamente riconoscersi in quel patrimonio. Sarebbe curioso, nonchè singolare, se la nuova “sinistra sociale” fosse interpretata e fatta propria da chi è sostanzialmente estraneo a quella cultura, a quella sensibilità e a quella tradizione ideale. Sarebbe, in versione diversa, una nuova forma di trasformismo politico e di opportunismo culturale.

In secondo luogo, la “sinistra sociale” di ispirazione cristiana non può sentirsi a casa sua in qualsiasi contenitore politico, o cartello elettorale o partito politico, come si chiamava un tempo. Certamente non nel partito populista per eccellenza, cioè i 5 stelle che pensano che la “sinistra sociale” sia una sorta di ricetta pauperista e brutalmente assistenzialista. Né all’interno dei partiti che coltivano, legittimamente, un progetto liberista a livello di politica economica e sociale e laicista sotto il versante culturale ed ideale. O, infine, in partiti che hanno e perseguono un’altra ragione sociale: chi, ad esempio, una sinistra radicale e massimalista o chi un sovranismo clericale e culturalmente anti solidarista.

Insomma, la “sinistra sociale” era, e resta, un giacimento culturale e politico a cui molti cattolici italiani, e non solo, non possono rinunciare. Ma questa “sinistra sociale”, sempre più necessaria in un contesto dominato, come quello contemporaneo, da una sempre più preoccupante ed insidiosa “questione sociale”, deve conservare quella coerenza politica e quella lungimiranza culturale che sono, e restano, gli ingredienti decisivi ed essenziali per continuare ad essere credibili nella società italiana post ideologica ma non ancora post politica.

La difficile condizione dei giovani nell’Italia di oggi

Business team at the office working on a laptop

[…] Negli ultimi anni [la] condizione giovanile è stata spesso oggetto di generalizzazioni e semplificazioni, che spesso finiscono per imputare ai giovani stessi la responsabilità di questo stato di cose. Le principali cause sarebbero da ricercare in uno scarso impegno profuso nella scuola, in una presunta apatia generazionale e un disinteresse per il lavoro. I giovani sono stati spesso definiti: “bamboccioni”, “sdraiati”, fino al sofisticato rimprovero di essere troppo “choosy”. Questi atteggiamenti sono emblematici del rifiuto di capire il mondo dei giovani e, soprattutto, di attivarsi per risolvere i problemi che rendono le nuove generazioni più dipendenti dalla famiglia, non per scelta ma per necessità.

Affrontare questa situazione è invece una priorità assoluta. Questo non soltanto per gli effetti immediati della situazione di disagio e deprivazione dei giovani più fragili, ma soprattutto perché – come risulta da numerosi studi socio-economici – un livello di istruzione insufficiente, periodi di inattività e disoccupazione in età giovanile hanno conseguenze importanti anche in età adulta. Il tutto ulteriormente peggiorato da una bassa mobilità sociale che, attraverso la trasmissione intergenerazionale della povertà, condanna molti giovani in una “trappola della povertà”. Come certificato dall’Istat, quasi un terzo degli adulti (25-49 anni) a rischio di povertà proviene da famiglie che erano povere quando i soggetti intervistati erano giovani.

Il cahier de doléances dei problemi dei giovani, in questi tempi di alta inflazione e di fosche prospettive di crescita economica, potrebbe proseguire all’infinito. Resta il dato più emblematico, che mostra come nel nostro Paese le risorse destinate alla scuola e al welfare dei più giovani siano fortemente sottodimensionate rispetto al resto dell’Europa. Mentre l’Europa (UE27) spende in istruzione mediamente il 4,8% del PIL, e paesi come la Svezia, la Danimarca e il Belgio superano abbondantemente il 6,2% del PIL, in Italia la spesa in istruzione si attesta al 4,1% del PIL. Lo stesso potrebbe dirsi delle spese per il welfare, dove tuttavia il problema non è solo l’esiguità delle risorse, ma soprattutto la distorsione nella composizione che privilegia gli aspetti previdenziali, rispetto alle politiche di sostegno ai giovani. Se è vero che in un Paese che invecchia non potrebbe essere altrimenti, queste scelte di politica economica rivelano una prospettiva decisamente miope, che rafforza la caduta del tasso di natalità delle famiglie e condanna l’Italia a un calo demografico che nel giro di 20 anni vedrà una riduzione consistente della popolazione in età di studio e di lavoro.

Le notevoli risorse finanziarie mobilitate dal programma europeo Next-Gen EU – come recita il nome stesso scelto dalla Commissione europea – dovrebbero servire a sostenere e rafforzare il benessere delle generazioni future e non a scaricare su di loro ulteriore debito pubblico. La sfida è aperta e i giovani devono far sentire la loro voce.

 

Claudio Lucifora è professore di Economia politica all’Università Cattolica di Milano, dove dirige il Centro di Ricerca sul Lavoro “Carlo dell’Aringa” (Crilda). 

 

Per leggere il testo completo

[Titolo originale: I giovani e il lavoro: un percorso in salita]

https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-i-giovani-e-il-lavoro-un-percorso-in-salita-6306.html

La transizione geopolitica come crogiolo di una politica di centro

La tenacia con cui Tempi Nuovi si adopera per l’unità del Centro appare quanto mai opportuna in una fase in cui la domanda di una politica seria, affidabile ed equilibrata sembra procedere addirittura in modo spontaneo, risultando così forte, almeno tra l’elettorato del settore medio del ceto medio (perché i ceti medio-bassi e popolari si dividono ormai, purtroppo e forse anche un po’ per nostra responsabilità, tra astensione e populismi di vario genere, tra M5S, Lega e FdI), al punto da far pensare che il consenso vi sarà comunque. E tanto vale allora tentare di superare ingiustificabili personalismi, come quello fra Renzi e Calenda, per raccoglierlo unitariamente questo consenso.

Accanto alla preoccupazione per l’unità il percorso di costruzione del centro deve tenere conto di un altro dato. Siamo in una fase in cui, come ha osservato Marco Follini, la politica estera è divenuta il motore di quella interna anche per la formazione delle alleanze di governo. I due fronti di guerra, che ci riguardano, aperti attualmente, ci ricordano quanto siano importanti le logiche di schieramento. E tuttavia la mera opzione atlantista e pro-Israele (nella prospettiva della soluzione a due stati del conflitto con il popolo palestinese) che trova ampio consenso tra pressoché tutte le forze politiche italiane, non sembra, da sola, sufficiente a caratterizzare una politica di centro che sia all’altezza delle sfide del momento.

Perché la transizione geopolitica in corso pone la necessità per il Paese, per l’Ue, per l’Occidente di definire una nuova politica internazionale. In questo senso ora è necessario ma non più sufficiente dire: stiamo con l’America. Perché gli stessi Stati Uniti sono alla ricerca di una loro collocazione nel mondo multipolare, non senza spinte di segno opposto che mirano a perseguire con ogni mezzo la conservazione dell’unipolarismo che fu, con un azzardo che potrebbe rivelarsi nefasto per la pace e la stabilità nel mondo intero. Un processo che implica una medesima e speculare ricerca di un ruolo per l’Unione Europea nel mondo, diverso e distinto da quello degli Usa.

Credo che sia essenzialmente a un simile livello che si gioca la costruzione di una politica fondata sull’equilibrio, che incontra il suo principale ostacolo nel fatto che deve saper vedere al di là di ciò che la nostra opinione pubblica e il nostro sistema dei media mostrano. La politica, a differenza dei media, non può permettersi di non vedere come gli equilibri mondiali stiano profondamente cambiando. Da ultimo ce lo ha ricordato il recente Forum sulla nuova via della seta, svoltosi questa settimana a Pechino, nel quale, circa 150 Paesi si sono ritrovati per delineare i futuri assetti della cooperazione e dell’economia globale. Ma è tutta la scena globale che si sta vivacizzando con nuovi protagonisti con una loro accresciuta voce in capitolo. In un simile contesto la politica di centro sarà di chi la esprime nei fatti non di chi la evoca. Sarà di chi nei fatti non perseguirà la via dell’arroccamento dell’Occidente, e soprattutto dell’Europa, con perenni fronti di guerra verso Est e nel Medio Oriente. Sarà di chi non perseguirà un anacronistico e autolesionista disaccoppiamento delle catene di approvvigionamento ma giocherà le sue carte per la competizione economica euroasiatica e globale, nella logica del reciproco vantaggio e salvaguardando la reciproca autonomia delle parti.

In definitiva, affermare che il confronto con la transizione geopolitica forgia le politiche di centro nel nostro tempo non è un modo per distogliere l’attenzione dalle questioni interne bensì il presupposto per avere credibilità anche sulle priorità della vita civile. Siamo su un crinale vertiginosamente delicato della storia: tutto può ancora volgersi verso un nuovo e più adeguato accordo di coesistenza tra le potenze globali ma il rischio dell’imponderabile aumenta con l’intensificarsi dei conflitti e con il ritardo con cui procede la riforma degli organismi di governo globale. Ciò che può fare la differenza sono proprio quelle forze politiche che comprendono che mai come in questa epoca i diritti, i livelli di vita, la prosperità e la sicurezza dei cittadini del nostro Paese e dell’Ue dipendono più di ogni altra cosa da quale tipo di clima si saprà instaurare tra i vari protagonisti della politica globale. Un clima di scontro permanente piuttosto che un clima collaborativo. Quest’ultimo ritengo sia la via a cui il centro debba guardare, sia con iniziative tendenti a comporre in una sinfonia di amicizia i contrasti e i diversi interessi che emergono a livello internazionale, sia dimostrando di comprendere la pericolosità dell’altra via, quella dello scontro ad oltranza. Un messaggio che non potrà che trovare ascolto fra quell’elettorato desideroso di nuove politiche di centro e disposto a rischiare il proprio consenso a chi queste politiche le fa e non si limita ad enunciarle.

P. Bernardo, fiaccolata per la pace nel solco di La Pira.

Care concittadine, cari concittadini, le scene raccapriccianti di uomini, donne e bambini rastrellati casa per casa e le uccisioni deliberate di inermi a sangue freddo hanno risvegliato dal torpore la nostra coscienza che in questi ultimi, terribili giorni dovrebbe aver acquisito una volta per sempre che la guerra e i suoi perversi propositi di pulizia etnica, ovunque essi si manifestino, segnalano che la nostra umanità ha sconfitto se stessa affermando il primato della violenza assassina e quello, sempre seducente, della ritorsione rispetto alla via, senza dubbio ardua ma così qualificante e costruttiva, del dialogo, della reciprocità e della condivisione. Scartare questo tracciato, pur segnato da inevitabili curve e salite, per imboccare pericolose scorciatoie, significa infatti deprimere la nostra visione della storia in una disperata e cinica rassegnazione al male e soprattutto rinunciare alla possibilità non utopica, ma concretamente necessaria, ragionevole e ineludibile che ogni nostro pensiero e ogni nostra azione sappiano sempre e dovunque propiziare il bene della giustizia e quindi la pacifica convivenza fra le legittime aspirazioni e i diritti di popoli e culture diverse.

Nella luce di questa esigente, ma anche appassionante consapevolezza per tutte e tutti, senza distinzioni di fede e di sensibilità politica, Gerusalemme, il cui nome significa «città santa della pace», e tutta la regione mediorientale sono luoghi simbolici, ma reali nel cui fascinoso e sofferto splendore plurimillenario, accanto ad una irresistibile forza di ispirazione,  si verifica con particolare urgenza come solo la pratica della pace possa generare un futuro che sia veramente capace di appassionare al bene della vita e alla responsabilità creativa il cuore e l’intelligenza delle nuove generazioni, lì come altrove. 

Per noi, poi, che viviamo in questo insigne crocevia di arte e di ingegno, dovrebbe sempre risuonare nel cuore la voce forte e profetica del sindaco Giorgio La Pira che ancora oggi ci invita a guardare alla nostra Firenze come la «città sul monte: bella, come la Gerusalemme messianica, irradiante pace e luce». Di fronte a tale bellezza, cercandone una finalità non semplicemente turistica, lo stesso La Pira si domandava inquieto: «La crisi dei popoli sta nel pericolo tremendo di una nuova guerra scardinatrice di ogni città e di ogni nazione? Ebbene: siano i popoli “convocati” – per così dire – in questa città della pace […] e da essa parta un messaggio sempre rinnovato di pace e di speranza». 

Care concittadine e cari concittadini, il privilegio che è vivere a San Miniato al Monte quasi mi obbliga a gridare queste parole, condividendo adesso con voi quella coraggiosa «convocazione» se non di popoli diversi, almeno di tutta la cittadinanza, perché salendo su questo monte, tornando a contemplare da quassù la bellezza splendida e sempre vulnerabile della nostra città, ci riappropriamo di quanto ci accomuna come uomini e donne: la responsabilità di custodire e promuovere la vita nell’armonia della pace, la scelta sistematica di ripudiare il terrorismo e la guerra, la premura con cui porsi in attento ascolto dell’appello che ci arriva dai nostri giovani i quali, desiderando domani partecipare in pienezza alle vicende della polis, esigono giustamente da parte nostra una vera e credibile educazione al primato del bene comune, contro ogni sterile e interessata faziosità e contrapposizione. 

Vi invito dunque, in queste ore oscure di angoscia, di smarrimento e di motivate preoccupazioni per il futuro non solo di quella o di quell’altra regione del nostro pianeta, ma per l’avvenire dell’intera famiglia umana, ad affrontare lunedì sera la salita che conduce a questo monte: non avremo parole da pronunciare, slogan da gridare, vessilli da esibire: i nostri volti, i nostri sguardi, il nostro silenzio, la nostra coscienza memore tanto del dolore degli ostaggi e dei loro congiunti, quanto del fiume di sangue, in grande parte innocente, versato in questi giorni di ferocia, e, ancora, il fuoco amico di fiaccole accese come argine al buio della notte, saranno – loro soltanto – il nostro «messaggio sempre rinnovato di pace e di speranza». 

Sarebbe veramente un dono nel dono se accogliessero questo mio fraterno invito le amiche e gli amici della comunità israelitica e della comunità islamica che con la loro presenza esprimono da molto tempo la ricchezza organica e plurale della nostra concittadinanza. Averle su a San Miniato al Monte lunedì sera, abbracciate dal nostro disinteressato affetto e dal nostro profondo rispetto per la loro indicibile sofferenza, sarebbe veramente un segno profetico di incalcolabile valore e significato, la cui fecondità di bene, ben oltre i contingenti steccati dell’odio e del sospetto, restituirebbe alla nostra città la possibilità di tornare a ridire al mondo intero con più verità e speranza quanto, alludendo all’invenzione fiorentina dell’umanesimo, il poeta Mario Luzi ebbe a dire, salutando nel 1986 in piazza Signoria Giovanni Paolo II, papa amico e insonne difensore della pace in medio oriente: «L’uomo: si imparò qui a Firenze a dire questa parola con particolare intenzione; come intendo un prodigio in cui la creazione si fosse identificata con il creatore; o come di un mistero di cui fosse impossibile delineare i contorni».

 

[Firenze, 19 ottobre 2023]

Il gossip sul caso Meloni Giambruno evidenzia una democrazia malata

La fine del rapporto tra la presidente del consiglio e il suo compagno è un tema che sta riscuotendo un diffuso interesse. Le guerre in Ucraina e nel Medio Oriente, dai risvolti preoccupanti, sono seguite con minore attenzione rispetto al caso Meloni-Giambruno. Anche la stampa internazionale dedica spazi non riscontrati nel passato. È una brutta vicenda soprattutto umana che dovrebbe essere gestita dagli organi di informazione con maggiore prudenza. 

Il gossip certamente aumenta “l’ascolto” ma crea delle difficoltà serie nel percorso della necessaria consapevolezza verso problemi veri. 

Il gossip limita gli approfondimenti necessari in un Paese tormentato. Il gossip limita il pensare e lascia spazi su cui i poteri, senza nessuna investitura democratica, aumentano il loro volume di azione.

In questi giorni molti mi hanno chiesto notizie e pareri sulla storia della Meloni e del suo compagno. Non ho notizie aggiuntive e non ho commenti da fare se non quelli di auspicare il riserbo e il rispetto umano per i protagonisti di questa storia (una bimba di 7 anni che va protetta). 

Tutto questo mi porta ad una considerazione molto amara nel constatare che sulle grandi questioni c’è apatia. Un disinteresse disarmante difronte una democrazia in affanno: un Parlamento umiliato (il governo impedisce anche la presentazione di emendamenti dei parlamentari della maggioranza alla legge di bilancio), un progetto eversivo di un premierato forte (il sindaco d’Italia), una giustizia che segna il passo della inefficienza, una legge elettorale per cui i parlamentari si nominano e non si eleggono, un disegno di legge che scompone il Paese con il regionalismo differenziato, la nostra politica estera che non trova sufficienti spazi mentre in Africa la fa l’Eni!

Questo il segno di una democrazia malata. 

Dopo anni di vuoto politico di partiti inesistenti, di sindacati e associazioni di rappresentanza trasformati in apparati del sistema, la vitalità della Paese è stata compromessa. Se la partecipazione non c’è più, sensibilità e volontà si stemperano. 

Il gossip ben gestito con chiare finalità speculative puo essere il motore? No, sarebbe la fine. Le vicende umane vanno viste con giudizio e non usate strumentalmente. Oggi le sfide sono altre. C’è bisogno di rintracciare il senso del nostro cammino ritrovando coscienza e responsabilità!

 

[Il testo è tratto dal profilo Fb dell’autore]

Argentina al voto, può vincere il liberista e anti casta Javier Milei.

L’Argentina va oggi alle urne per eleggere un nuovo presidente con l'(ex) outsider Javier Milei favorito al primo turno. Questi, candidato dell’ultradestra antisistema è accreditato del 30% delle preferenze; con il 29% lo insegue il delfino dell’uscente Alberto Fernandez, Sergio Massa, mentre la candidata della destra più tradizionale, Patricia Bullrich, raccoglierebbe solo il 20% dei voti.

A votare sono chiamati 35,8 milioni di argentini: i seggi apriranno alle 8 del mattino e chiuderanno alle 18, con i primi risultati attesi non prima delle 21 ora locale (le 2 di notte in Italia).

In base ai sondaggi, è ritenuto probabile che non ci sarà un’elezione al primo turno, dato che in base alla legge elettorale un candidato ha bisogno di una percentuale del 45%, oppure del 40% con dieci punti di margine sul secondo classificato, per evitare il ballottaggio.

Milei, in un secondo turno tutt’altro che ipotetico (che si svolgerebbe il 19 novembre), sembra avere il posto assicurato nel caso di confronto diretto con Massa. Invece la Bullrich, poco incisiva nei due dibattiti fra i candidati, paga una campagna elettorale condotta in maniera alquanto indecisa. Per questo sembrerebbe fuori dai giochi, anche se il voto dei suoi sostenitori finirebbe con l’essere decisivo nel ballotaggio.

Milei, economista ultraliberale di 52 anni, è comparso in televisione nel 2016 catalizzando il dibattito politico con dichiarazioni anti-sistema spesso estreme (tipo: la vendita di organi umani può costituire un settore in più del mercato). Le sue posizioni radicali, compresa una forte opposizione all’aborto, sono percepite come attacchi al sistema e alla ‘casta’ del potere, da cui il forte seguito elettorale.

Massa ha dalla sua la polarizzazione fra destra e sinistra, su cui Milei ha basato tutta la sua politica e che al momento gli sta dando ragione; di contro, quando il candidato antisistema parla di “sinistri” l’immagine nella mente degli elettori non è certo quella di Bullrich, e quindi potrebbe finire col mobilitare la base più progressista a favore del candidato governativo. Di fatto, anche se il profilo dell’elettore di Milei è ancora incerto data la novità del fenomeno, è di certo schierato tendenzialmente a destra, per cui l’effetto globale potrebbe essere quello di rubare voti al fronte anti-kirchnerista di Bullrich, ma non alla sinistra.

Bullrich ha invece basato la propria campagna elettorale sui valori tradizionali della destra conservatrice argentina: economia e sicurezza, precisamente i dossier su cui il governo uscente – di cui Massa era il titolare delle Finanze – si è dimostrato, per usare un eufemismo, meno brillante.

Nei primi sette mesi dell’anno l’economia ha fatto registrare una contrazione dell’1,8%, ma la preoccupazione principale degli argentini rimane l’iperinflazione arrivata al 138,3% a settembre (su un anno) e che secondo le stime della banca Centrale argentina dovrebbe raggiungere il 180,7%, il dato più alto dalla crisi del 1989-90.

Il tasso di disoccupazione di poco superiore al 6%, uno dei più bassi degli ultimi decenni, non vale a migliorare la situazione perché l’erosione del potere di acquisto comporta che anche chi lavora finisce col far parte di quel 40% della popolazione classifcata come povera.

Nei due dibattiti fra i candidati Massa ha peraltro rivendicato il suo lavoro all’interno dell’esecutivo (in sostanza, scaricando le colpe dell’inflazione e della disoccupazione sul precedente governo di Mauricio Macrì) di fronte a una Bullrich apparsa incerta, mentre Milei si è dedicato ai suoi slogan preferiti – come la dollarizzazione dell’economia – guardandosi bene dal presentare ricette concrete.

Verosimilmente saranno quindi Milei e Massa a contendersi l’approdo alla Casa Rosada, con l’economia e l’inflazione come arbitro: perciò l’interrogativo è quanto gli elettori argentini siano disposti a fidarsi delle idee anticasta ma piuttosto nebulose di Milei, che ieri si è concesso un ultimo

bagno di folla concluso al grido di “Viva la liberatd, carajo!”.

 

Fonte: Notiziario askanews

Le idee del Partito Democratico Europeo sull’Europa come potenza mondiale

 

Siamo fermamente impegnati nel promuovere i diritti umani, la democrazia e lo Stato di diritto in Europa e nel mondo.

Decisi a combattere la corruzione, le violazioni dei diritti umani e la repressione politica, promuoveremo la giustizia e la sicurezza internazionale nei Paesi vicini, combattendo al contempo le ingerenze esterne.

Rafforzeremo la cooperazione con i nostri partner che condividono idee basate sul rispetto reciproco e sui valori comuni. La nostra ambizione è quella di svolgere un ruolo di primo piano nella riforma del multilateralismo e di promuovere i nostri valori nell’ambito della cooperazione internazionale.

Vogliamo consolidare la posizione e l’influenza dell’Unione Europea nel mondo, promuovendo la sua autonomia strategica e parlando all’unisono.

Vogliamo un’autentica Politica di Sicurezza e di Difesa Comune.

La sicurezza interna ed esterna dell’Unione Europea è una delle nostre priorità. Proporremo di rafforzare le agenzie di sicurezza europee e di intensificare la cooperazione transfrontaliera per raggiungere questo obiettivo. Sosterremo azioni specifiche come la creazione di forze di intervento europee congiunte e l’acquisto di attrezzature militari.

In materia di migrazione e asilo (si veda il capitolo Flussi migratori), vogliamo armonizzare le politiche europee e migliorare la protezione delle frontiere esterne dell’UE.

Infine, siamo determinati a combattere il traffico di armi, concentrandoci in particolare sul periodo postbellico in Ucraina. Siamo profondamente convinti che la pace sia la pietra angolare di qualsiasi civiltà prospera. In questo spirito, opereremo instancabilmente per coltivare relazioni pacifiche, incoraggiare la risoluzione non violenta dei conflitti e promuovere una cultura di pace su scala globale. 

Crediamo in un mondo in cui la pace non sia solo un ideale, ma una realtà per ogni individuo, garantendo un futuro sicuro e armonioso per tutte le generazioni a venire.

 

Per leggere il testo completo del Manifesto

Il ruolo di Tempi Nuovi e la saggezza politica dei Popolari

Il progetto politico è ambizioso e la scommessa elettorale deve essere vinta. Una lista di Centro, popolare e riformista, alle prossime elezioni europee non può fallire. Perché non si tratta della ennesima lista che si presenta in una delle tante elezioni. No, perchè una lista centrista, riformista, plurale e con una spiccata cultura di governo è la giusta risposta ad una forte e precisa domanda politica che richiede, adesso, di mettere fine ad un bipolarismo bislacco che ha indebolito la qualità della nostra democrazia, ridimensionato la credibilità delle nostre istituzioni democratiche e fiaccato la stessa azione di governo. Una lista che, appunto, coltiva l’ambizione di riscoprire e rilanciare quella “politica di centro” che resta non solo una costante del sistema politico italiano ma, al contempo, vuol essere un luogo politico capace di riscoprire le ragioni culturali dell’europeismo e di avviare un progetto di governo che superi e azzeri la deriva degli “opposti estremismi” e della radicalizzazione del conflitto politico.

Ma questo progetto rischia di essere sacrificato sull’altare di singolari ed anacronistiche contrapposizioni personali. Veti e rancori, vendette ed insulti che erano, sono e restano estranei ed incompatibili con la politica, le sue regole, i suoi istituti e le sue dinamiche. Eppure chi pensa di voler presidiare quel campo politico e culturale, programmatico ed ideale, non rinuncia paradossalmente a frammentare e dividere ulteriormente proprio quell’area politica.

E, di fronte ad un quadro del genere, è necessaria una iniziativa politica che sia in grado di attutire queste spigolosità personali e di gruppo e far prevalere, ancora una volta, le ragioni della politica con la P maiuscola. E questo ruolo, ad oggi, lo può svolgere solo un personale politico che affonda le sue radici in una cultura politica e che si caratterizza per un ‘metodo’ che rifugge dai personalismi e che valorizza le categorie storiche della tradizione del cattolicesimo democratico e popolare. Ovvero, la cultura della mediazione, la ricerca della sintesi, la valorizzazione del pluralismo, la pratica del dialogo e del confronto, il rispetto dell’avversario, l’importanza dei corpi intermedi e la valenza della cifra riformista. Il tutto si potrebbe riassumere con 4 parole: il ritorno della politica.

Ecco perchè una realtà come ‘Tempi Nuovi’, il movimento politico e culturale che sta lavorando per ricomporre l’area popolare italiana che non si rassegna a giocare un ruolo ornamentale nella sinistra radicale e massimalista della Schlein o puramente personale e testimoniale nel centro destra, oggi può e deve svolgere un ruolo decisivo ed essenziale nell’azione di ricucitura e di sintesi tra le varie forze che dicono di riconoscersi nel campo centrista ma che poi non accettano di presentarsi sotto la stessa sigla politica ed organizzativa.

Per questo, a volte, solo la saggezza, l’esperienza, lo stile, il metodo e, soprattutto, la cultura politica possono segnare l’avvio di un processo politico. E il ruolo dei Popolari, ancora una volta, può risultare decisivo al riguardo. Per dar vita, questa volta, ad una rinascita e ad una riscoperta del Centro e di una ‘politica di centro’.

Ma quale Ulisse e Penelope, sola va Cleopatra in mare aperto.

Ahi ahi me duele el corazón, canta il poeta…e la nostra Cleopatra patisce il male antico dei marinai.

È Il cruccio di chi parte e si chiede, resterà fedele la mia amata/to? Molti ci hanno scritto bellissime storie a cominciare da Omero con il suo Ulisse e Penelope, ma qui le parti sono invertite e tuttavia il risultato non cambia. E sì, l’amore subisce anche le leggi della matematica (chi lo avrebbe pensato); maggiore è la lontananza, maggiore è il pericolo della dimenticanza e del tradimento dell’amato/ta.

Cesare l’aveva avvertita però, se non lo porti con te almeno mettigli un cane da guardia feroce che ti faccia dormire sonni tranquilli; ma lei, che è una regina tra i suoi, di certo non contempla il tradimento o il più sgradevole compagno sciocco che gioca a fare l’acchiappa fanciulle. La regina Elisabetta degli Angli ha avuto il suo da fare con il marito acchiappa fanciulle, ma lo ha in qualche modo tenuto a bada. Cleopatra è sanguigna ed è una donna che si è fatta da sé, quindi poco incline a lasciar correre. E anche volendo nel caso suo c’è poco da lasciar correre: i fatti sono spiacevoli ma evidenti da non lasciare dubbi.

Ma la povera Cleopatra che non è stata previdente in questo ultimo anno, subisce il doppio colpo da donna e da premier. Da donna c’è poco da dire, visti i tempi alla stupidità gli uomini sembrano non sottrarsi proprio, anzi quasi ci sguazzano in questo fare innocuo e “famigliesco” che ti fa apparire oltre che sciocco anche superficiale e maleducato nel senso che la buona educazione non la conosci proprio: una sorta di bifolco delle relazioni.

Quanto al premier, c’è anche in questo caso una prima volta. E così sei la prima donna premier e anche la prima tra esse (ne verranno altre, ne sono sicura) ad essere tradita senza se e senza ma. Benvenuta nel club delle donne normali, anche le premier lo sono, ahimè. Ah, è vero bisognerebbe fare un sondaggio tra le premier degli altri Paesi europei e mi ricordo il caso di una decina di anni fa della premier danese, ma lì si chiuse elegantemente con una separazione veloce. 

Ma al di là della provocazione di non fare il club delle premier tradite, la speranza è che Cleopatra si ricordi dei suggerimenti di Cesare, dati prima della partenza e di tanto in tanto anche con i messaggeri: si guardi intorno e scarichi al primo porto disponibile un po’ dei suoi ufficiali, nel dubbio che qualcuno di loro sapesse e tenesse bordone (tra uomini succede), e quindi imbarchi gente nuova e capace, che la navigazione ormai è tutta sulle secche e sarebbe il caso di girare la prora verso il mare aperto. 

E la pupa a terra? C’è la nonna che sempre salva le mamme che lavorano…una bella àncora da ricordare quando si mette mano al Governo del Paese. Ciao Cleopatra.

Pietro Parolin ricorda Achille Silvestrini, figura eminente della diplomazia vaticana.

Tante sono le parole che andrebbero spese anzitutto sulla persona del cardinale Silvestrini, anché per meglio comprendere il peso che la sua sensibilità umana e cristiana ebbe sugli eventi che precedettero e seguirono la Conferenza di Helsinki del 1975.

Come spesso accade, la migliore introduzione al ruolo eminente svolto da un protagonista delle vicende del suo tempo si evince dalle sue stesse parole. Dall’analisi di quanto egli ci ha lasciato cogliamo con precisione i passaggi storici che condussero la Chiesa a collocarsi sulla scena internazionale in modo nuovo rispetto all’epoca del grande schiacciamento nei Paesi a regime marxista e stalinista. Egli ricorda che i primi passi della Ostpolitik — un termine nato con il cambiamento della politica verso l’Est della Germania Federale del cancelliere Willy Brandt — sono antecedenti e si fondano su alcuni gesti resi possibili dall’attenuazione delle persecuzioni nei Paesi comunisti: l’invio dei delegati della Chiesa ortodossa russa per assistere al Concilio Ecumenico Vaticano II , l’udienza pontificia ai coniugi Adjubei, le prime visite di monsignor Casaroli in Ungheria e in Cecoslovacchia nel maggio del 1963. Si trattava di aperture avviate dalla lungimiranza di san Giovanni XXIII che, secondo le parole di Agostino Casaroli, «parve fondere una profonda barriera di ghiaccio».

Il cardinale Silvestrini fu un interprete sapiente ed efficace delle motivazioni e delle linee della Ostpolitik vaticana, le cui basi erano state poste da san Paolo VI nell’Enciclica Ecclesiam suam del 1967, allorché affermò: «Noi non disperiamo che quei regimi possano aprire un giorno con la Chiesa un positivo colloquio che non sia quello presente della nostra deplorazione, del nostro obbligato lamento». «Questa — aggiunge il cardinale Silvestrini — è la chiave della Ostpolitz’k di Paolo VI . Fu questa Spes contra spem che determinò la sua azione a non desistere da possibili tentativi anche con successo ridotto e anche quando addirittura si dimostrassero infruttiferi».

In questo quadro, la Conferenza di Helsinki «ha rappresentato un’esperienza unica nel suo valore. Era la prima volta, dopo il Congresso di Vienna del 1815, che la Santa Sede partecipava come full member in un congresso di Stati». E soprattutto, «la presenza della Santa Sede ad Helsinki ha rappresentato un segno concreto della concezione della pace tra le nazioni come valore morale prima ancora che come questione politica, e un’occasione per rivendicare la libertà religiosa come una delle libertà fondamentali di ogni persona e come valore e di correlazione nei rapporti fra i popoli».

Per meglio comprendere questo aspetto centrale delle scelte della Santa Sede, è bene ricordare che più volte, sia Agostino Casaroli che Achille Silvestrini hanno avvertito le difficoltà e le incomprensioni, emerse nella Chiesa Cattolica (e in altre comunità religiose), a proposito della Ostpolitzk, perché alcuni la intendevano quasi come una illusione, come una politica non lungimirante rispetto a un gigante politico e militare che comprendeva solo il linguaggio della forza. Il cardinale Silvestrini respinse nettamente questa interpretazione e offrì come testimonianza della scelta di fondo a favore della adesione e partecipazione alla Conferenza di Helsinki l’opinione di Paolo VI , per il quale si faceva forza del fatto che sul piano dei principi la Santa Sede «è competente a titolo speciale», e che dunque era un bene costringere gli avversari a riconoscere diritti, quand’anche essi, come nel caso del blocco sovietico, fossero poi denegati all’atto pratico, perché — sono sempre parole di Paolo VI — «quando il diritto è riconosciuto, anche se poi non è osservato, ha forza in sé». Un pensiero chiaramente profetico. Lo scenario che giunge fino agli inizi degli anni Sessanta è, infatti, quello della devastazione, della persecuzione, del tentativo d’annientamento della presenza religiosa e delle Chiese, con provvedimenti che sembrano scaturire da un’unica volontà distruttiva. «Dopo gli arresti, le condanne, la prigionia o la relegazione della maggioranza dei vescovi cattolici negli anni posteriori al ‘45, e in primo luogo del monsignor Stepinac, del cardinale Mindszenty, di monsignor Beran, di monsignor Wyszynski, e la rottura delle relazioni diplomatiche con la Santa Sede nei Paesi comunisti dell’Europa orientale e centrale era scesa una pesante coltre di gelo».

Su questo sfondo, con l’esperienza della terribile glaciazione stalinista che pesò a lungo sul comunismo, inizia quel martirio della pazienza che ha condotto la Chiesa a cogliere ogni pur minino spiraglio di apertura, portando Casaroli e Silvestrini a quel pellegrinaggio doloroso in alcuni Paesi dell’Est europeo, come l’Ungheria, la Cecoslovacchia, la Polonia, e che è sfociato nella accettazione della prospettiva di una Conferenza che si sarebbe tenuta ad Helsinki, nel quadro di un Paese neutrale. Fin dall’inizio, la Santa Sede ha profuso il proprio impegno in favore della proposta di una Conferenza europea avanzata dagli Stati del Patto di Varsavia, andando «avanti con buona volontà e fiducia, ma senza fretta». È risaputo che «fu Achille Silvestrini, a Helsinki e a Ginevra, con grande tenacia, abilità, coraggio e costanza, a condurre le complicate trattative con le delegazioni degli Stati del Patto di Varsavia, a predominanza sovietica, e le portò a buon fine». In questo procedere lento, ma coraggioso e ragionato, non mancarono gesti significativi, e agli occhi di oggi clamorosi, tra i quali l’adesione, sollecitata dall’Unione Sovietica, della Santa Sede al Trattato di non proliferazione delle armi nucleari. Proprio Achille Silvestrini fu capo-delegazione della Santa Sede alla Conferenza dell’Onu sull’uso dell’energia atomica del 1971 e alla Conferenza sul Trattato di non proliferazione delle armi atomiche del 1975. Tale ruolo di protagonista lo portò dunque a essere presente a tutti gli incontri ufficiali, informali, interlocutori e alle innumerevoli riunioni della Conferenza di Helsinki.

L’esito di tutto lo sforzo negoziale dei partecipanti alla Conferenza, fu la sottoscrizione dell’Atto finale di Helsinki, con al suo interno la Dichiarazione sui principi che guidano le relazioni tra gli Stati partecipanti.

 

Il libro raccoglie gli atti del convegno tenutosi il 14 settembre 2020 all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede. Lo stralcio qui riportato è quello proposto dall’Osservatore Romano nell’edizione dell’altro ieri (19 ottobre).

La Voce del Popolo | Una comune visione della politica estera?

La guerra in Medio Oriente riduce la nostra politica interna ai minimi termini. Resta appena lo spazio per accapigliarsi sulla legge di bilancio e magari per predisporsi alle elezioni europee. Ma è del tutto evidente che il grande e feroce disordine mondiale fa apparire ogni altro argomento alla stregua di una cronaca minore. È giusto così, e semmai si può trarre un briciolo di consolazione dal fatto che i litigi di casa per una volta sembrano interpretati con qualche tratto in meno di animosità.

Vedremo se questa specie di tregua casalinga durerà oppure no. Per intanto vale la pena di apprezzarla (al netto di smentite). E tuttavia, se la politica estera diventa il motore di quella interna, è evidente che l’argomento esige un certo rigore per essere svolto fino in fondo. Già, perché quelle differenze di accenti che si intravedono dentro i due schieramenti non potranno restare a lungo avvolte nella nebbia. 

Sull’Ucraina si coglieva già a vista d’occhio la differenza che corre tra Meloni e Salvini. Per non dire di quella ancor maggiore che separa il Pd, anche nella versione Schlein, e il M5S di Conte. Differenze che ora possono facilmente ingigantirsi man mano che le cose diventano più difficoltose. E che altrettanto facilmente possono allargarsi sulla intricata e drammatica questione mediorientale. 

Una vecchia (e saggia) regola della prima repubblica imponeva di costruire le coalizioni di governo in funzione di una comune visione della politica estera. Tempi di guerra fredda e di opposte ideologie, si dirà. Eppure quella regola dovrebbe valere ancora oggi. A maggior ragione, semmai.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 19 ottobre 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

L’egocentrismo di Calenda e Renzi comporta la paralisi del Centro

È ricca di buon senso e di bontà di analisi politica la nota di Tempi Nuovi riportata ieri sul Domani d’Italia. L’appello alle “ragioni dell’unità” fra quanti immaginano possibile e soprattutto utile per il Paese la costituzione di una forza politica centrale e alternativa a quelle oggi presenti a sinistra e a destra dello schieramento parlamentare è intelligente e saggio, non solo volonteroso.

Non v’è dubbio che, in negativo, la radicalizzazione dello scontro, a cominciare dal linguaggio spesso volgare quando non violento veicolato dai social, abbia imbastardito il confronto tra i partiti, sceso a livelli frequentemente infimi; e che, in positivo, si avverta diffusamente la voglia di un ritorno alle ragioni e alla prassi del confronto civile, argomentato, effettuale, e non meramente propagandistico.

La gravità della situazione internazionale lo imporrebbe. La serietà della condizione economico-sociale dell’Italia lo esigerebbe. E questo è quanto probabilmente una buona parte dei nostri concittadini apprezzerebbe, ormai stufa della politica da talk-show (davvero divenuti peggio che “fumerie d’oppio”, secondo la celebre e preveggente definizione di Martinazzoli).

Dunque una formazione che sapesse incarnare questo spirito collettivo, questa esigenza d’aria politica fresca, questa voglia di serietà davvero potrebbe raccogliere un livello di consenso anche elettorale superiore ad ogni previsione. In questo senso, quindi, lo sforzo di Tempi Nuovi, coniugato alla volontà di rilanciare un cattolicesimo democratico un po’ appannatosi negli anni sia come capacità incisiva sia come presenza mediatica è importante, appezzabile e sostenibile.

Occorre però essere onesti e chiari se si vuole raggiungere un qualche risultato e non invece semplicemente illudersi. Il 25 settembre 2022 alle elezioni politiche questa tendenza verso il Centro, definiamola così, venne incarnata dal c.d. Terzo Polo, che ottenne un buon risultato, anche se non eclatante. Un primo passo, si sarebbe detto.

Nel giro di meno di un anno, però, tutto è precipitato in una penosa telenovela che ieri parrebbe aver finalmente chiuso le trasmissioni, anche se non ne siamo certi, con la rottura definitiva fra Italia Viva e Azione anche a livello parlamentare. Tutto quello che è accaduto in questi mesi, dallo scontro personale fra i due narcisi alla guida dei due partiti sino alla fuoriuscita di diverse personalità politiche dagli stessi, talvolta addirittura incrociandosi, ha inferto un danno enorme, incalcolabile alla suggestione del Centro. Cui non sarà affatto facile rimediare. Forse addirittura una mission impossible, in pochi mesi.

Il cittadino medio che osserva disincantato le cose della politica non può che provare disgusto per politici che invece di comprendere che solo nell’unione possono provare a costruire una vera forza si spernacchiano ogni giorno. Scriveva bene qui ieri Giorgio Merlo ricordando come i capi corrente della Dc non sempre si amassero ma al momento decisivo si ritrovavano sempre uniti per combattere la battaglia comune. Elementi basici di politica che solo ego obnubilati possono impedire di comprendere.

È chiaro che così stando le cose anche gli elettori (e parlo qui dei semplici cittadini, non dei politici di professione) più critici verso il Pd ma suoi attuali o passati elettori non troveranno attraente una proposta, quella del Centro, che in teoria poteva destare il loro interesse. E la stessa cosa potrebbe valere anche per molti ex elettori di Forza Italia, ora che Berlusconi non c’è più e che le carte in quel campo le dà la Destra. E così Italia Viva e Azione andranno alla ricerca di un faticoso 4% europeo, quando insieme ad altri movimenti e associazioni avrebbero potuto puntare alle due cifre e non necessariamente più vicine al dieci che al venti. Un’opportunità sprecata, e forse irripetibile.

In questo difficile contesto Tempi Nuovi assume senz’altro un ruolo importante, nello spirito del documento pubblicato. Ma tremendamente difficile, e non certo per sue responsabilità.

La risposta di Argomenti2000 alle critiche de Il Domani d’Italia.

In democrazia il dissenso e la critica hanno un valore assai superiore rispetto alle lodi e al compiacimento. Sono il segno della vitalità di idee e di un pluralismo di punti di vista che, per chi crede che la verità delle cose sia qualcosa da cercare e che nessuno deve avere la pretesa di possedere, dicono della sincerità di un confronto e di una dialettica che può essere dura ma è sempre sincera. Tutto questo comporta però il presupposto dell’ascolto delle ragioni dell’altro e uno sforzo di comprensione delle sue iniziative. Alla luce di queste convinzioni, che su Il Domani d’Italia sia stata pubblicata una nota fortemente critica rispetto a quanto Argomenti2000 ha organizzato sabato 14 ottobre a Roma, è certo un segno di diversità di idee e punti di vista. E tuttavia nei toni in cui quella critica è stata espressa e argomentata vi è un modo di presentare il lavoro che è alle spalle della giornata di incontro che domanda un chiarimento. Soprattutto perché le critiche vengono da chi, per storia personale, dovrebbe essere attento a prendere le mosse dalle cose e dalla loro verità.

Stupisce allora che si presenti il lavoro di Argomenti2000 tutto e solo come condensato nel momento di dialogo con la segretaria del Partito Democratico, lamentando l’assenza di una piattaforma politica e una mancanza di “un lavoro di scavo” sul terreno politico. Forse a chi ha steso quelle parole è mancato l’ascolto di una mattinata di lavoro che nella quale, interlocutori qualificati come Lapo Pistelli, Renato Balduzzi, Emiliano Manfredonia, Giuseppina Paterniti, Marina Berlinghieri e Beatrice Covassi, hanno discusso i contenuti di un Libro bianco che per 130 pagine presenta analisi politiche e proposte organiche su una molteplicità di aspetti della vita del nostro Paese. Forse è sfuggita una discussione che ha coinvolto rappresentanti di una vasta rete di associazioni che attorno ai contenuti di quel testo hanno provato a pensare in termini compiutamente politici il fisco, il lavoro, le politiche industriali, l’evoluzione del nostro sistema sanitario verso la logica della cura della persona, la costruzione di un sistema scolastico compiuto e l’articolazione di politiche della ricerca e della cultura che siano il vero investimento sul futuro del nostro Paese. Forse chi ha scritto su Il Domani d’Italia ha omesso di misurarsi con la proposta di un ripensare la politica a partire dalla presa d’atto del fatto che ambiente, Costituzione ed Europa non sono problemi ma le coordinate che in questo nostro tempo, per chi vive in Italia, tracciano il perimetro dell’agire politico e prima ancora del pensare politico.

Il punto dirimente delle osservazioni critiche avanzate ad Argomenti2000 è poi quello della fragilità e superficialità della proposta, che si presenterebbe come deriva nostalgica verso la formula dell’Ulivo. Anche riguardo a questo punto va registrata una incomprensione che tuttavia appare difficile da spiegare nella misura in cui il contributo che ha voluto offrire Romano Prodi si è posto espressamente come “storico”. Come anche nel testo del Il Domani d’Italia si osserva, la politica del nostro tempo rischia sempre l’oblio del passato e del valore delle esperienze politiche che ad esso appartengono. Ed è con questa profonda convinzione che è apparso giusto cercare di comprendere anche le ragioni dell’evoluzione del quadro politico italiano che oggi ci consegnano il governo più conservatore della storia della Repubblica e soprattutto, per quanto attiene alla presenza dei cattolici in politica, l’assenza di chiari punti di riferimento nel nostro arco costituzionale come anche, in modo più diffuso, nel tessuto culturale del Paese. Riflettere sulla stagione ulivista significa fare un esercizio di storia che ha un valore culturale per il Paese e che diventerebbe nostalgia se si prefiggesse l’obiettivo di ripete sine glossa quella formula politica. Sarebbe lo stesso errore di chi va gridando alla necessità di restituire ai cattolici la perduta unità politica e si intesta forme di ricostruzione di formule democristiane o popolari. È l’errore di chi guarda al passato come ad un’età dell’oro da restaurare e in cui rifugiarsi perché non ha o non cerca gli strumenti per comprendere cosa sia l’Italia di oggi e cosa sia, per quel che riguarda i cattolici, la chiesa italiana di oggi.

Un ultimo punto su cui è necessaria una parola di chiarezza riguarda il rapporto con il Partito Democratico e con la sua segretaria. Come è stato esplicitato pubblicamente sabato introducendo quella discussione – per altro non limitata ad Argomenti2000 ma estesa ad una rete che andava da Caritas al Forum delle famiglie – erano stati invitati più soggetti politici a sedere a quel tavolo. Nella libertà propria di una democrazia si è liberi di accettare o rifiutare un confronto e gli invitati, tranne la segretaria del Partito Democratico, hanno scelto con differenti motivazioni di non essere presenti. E tuttavia anche la scelta dell’assenza comporta responsabilità: quella di chiamarsi fuori da un confronto rispetto al quale poi non è rispondente al vero sostenere che sia stato un servizio reso al PD. A farne fede è il tono della discussione, dove a Elly Schlein sono state poste domande certo non facili se viste dal suo punto di vista: riguardo al tema della pace, a quello delle politiche familiari, al modo di equilibrare i diritti individuali a quelli sociali e comunitari, fino alle politiche che riguardano la povertà, lo sviluppo e la sostenibilità. Certo, da cattolici vi è la consapevolezza che vi sono temi delicati e complessi come quelli relativi al fine vita rispetto a cui esiste una diversità anche assai marcata. Questo significa forse che dovremmo avere timore del confronto e della discussione? Questo significa che dovremmo temere di dire che su altri temi, altrettanto importanti e dirimenti per una coscienza cristiana – l’accoglienza del sofferente, la tutela dei diritti di istruzione e salute, lo sforzo per salari equi e per un lavoro dignitoso, l’aspirazione alla pace come orizzonte politico per cui lavorare – vi è una convergenza che è foriera di bene comune? Appare superfluo ricordare all’autore del testo su Il Domani d’Italia che se questi timori avessero prevalso nella storia politica del cattolicesimo italiano la nostra Repubblica non avrebbe avuto una Costituzione democratica, non avrebbe avuto le politiche di ricostruzione e sviluppo, la costruzione della casa comune europea volute da Alcide De Gasperi e non avrebbe avuto l’allargamento della base democratica del nostro sistema repubblicano perseguito da Aldo Moro.

Nella scelta di fare politica in questo modo, spendendosi sul terreno della cultura politica, cioè su un piano tanto spesso citato quanto quasi mai praticato negli ultimi anni, Argomenti2000 ha voluto dare un proprio contributo per elevare la discussione pubblica. Saremmo felici se le critiche, che pure desideriamo che emergano, si muovessero su questo piano e avessero per oggetto quanto scriviamo e pensiamo. Perché siamo consapevoli di come, al netto della bontà delle nostre intenzioni e dell’impegno del nostro sforzo di pensiero politico, le nostre proposte restano parziali: tasselli di una verità che ha bisogno dell’apporto altrui. Chiediamo allora un esercizio di sincera democrazia che, al di sotto di toni che appaiono non solo superficiali ma a tratti ingenerosi verso un lavoro che da anni si dipana sui territori e nel dialogo con associazioni, esperienze e comunità, non celi il timore di una competizione per occupare lo spazio di ipotetici partiti cattolici. Se questa è la preoccupazione è opportuno chiarire che Argomenti2000 non è un partito ma un’associazione che fa cultura politica e che ragionare sulla possibilità di una opzione partitica per il cattolicesimo italiano nell’Italia del 2023 richiederebbe quanto meno un lavoro di scavo nel duro terreno della crisi, forse irreversibile, della forma partito e delle tradizioni politiche di un Novecento ormai tramontato da tempo.

 

P.S. Sia consentita un’ultima notazione, anche questa in amicizia e per amore di verità. Il testo de Il Domani d’Italia si gioca sulla equivalenza fra Argomenti2000 e il suo presidente, Ernesto Preziosi. Si tratta di un atteggiamento singolare da parte di un osservatore che, dichiarandosi legato alla tradizione cattolico democratica, sembra non cogliere come i lavori di Argomenti2000 siano figli di un dialogo fra molte persone e di un confronto a tratti lungo e complesso che ci si sforza di portare a sintesi. Schiacciare il lavoro di Argomenti tutto e solo su una identificazione personale fa torto alla sincerità di rapporti interni ad Argomenti e soprattutto restituisce l’immagine di una realtà personalistica che forse appartiene ad altre realtà politiche, ormai assuefatte all’individualismo imperante, ma che certo non appartiene ad un’associazione di amicizia politica fatta di donne e uomini che lavorano e fanno politica in tutta Italia.

 

Breve replica del Direttore Lucio D’Ubaldo

Siamo abituati a confrontarci e continueremo a farlo con piacere. 

Apprezzo il tono della risposta, anche se, volendo fare appello proprio al bon ton, avrei preferito che ci si rivolgesse direttamente ed esplicitamente alla mia persona, visto che la firma dell’articolo era la mia. 

Potrei evidenziare cosa ancora non mi convince di questa nota, ma è preferibile evitare il botta e risposta, lasciando eventualmente spazio ad altri contributi. Con amicizia.

L.D.

Università telematiche, ecco ciò che fa la differenza nel confronto internazionale.

Propongo che dalla scuola dell’infanzia agli atenei Universitari più prestigiosi, gli addetti ai lavori delle istituzioni interessate, a cominciare dai vertici della burocrazia del Ministero dell’Istruzione e del Merito e da quello dell’Università siano obbligati a frequentare ogni anno un corso intensivo di pedagogia comparativa: quel campo di studi e di ricerche che mette a confronto gli asset organizzativi e funzionali dei sistemi di istruzione del mondo. Siamo pregiudizialmente esterofili al punto di voler anglicizzare linguaggi, metodologie, programmi didattici delle nostre scuole e ostinatamente pervicaci nello sfrucugliare in casa nostra cercando tutti i difetti possibili, ma nello stesso tempo distratti rispetto alle tendenze veramente innovative che si realizzano altrove. 

L’attuale dibattito sulle Università telematiche, la loro utilità, la serietà degli insegnamenti disciplinari, il reclutamento del corpo docente, i criteri di valutazione e controllo della qualità dei risultati, la validazione dei corsi di studi e dei titoli rilasciati – che dovrebbero essere i temi da approfondire – si riduce a diatribe intorno alle competenze dei Dicasteri senza escludere pregiudiziali di interessi, incompatibilità di ruoli, finanziamenti e primazie gestionali. 

Per non saper né leggere né scrivere, da ex ispettore del MIUR sono sempre stato interessato alle tematiche pedagogiche e alla produttività del servizio di istruzione. Se le cose non vanno molto bene o se ci sono sospetti di litigi e di torbidi suggerisco di mettere in moto le macchine dei nostri apparati istituzionali, alla ricerca delle eccellenze che fanno testo e producono conoscenza, formazione e innovazione, in casa e in trasferta. Ad esempio andando a leggersi ciò che si scrive nel sito del Premio “Ydal prize”, considerato il Nobel dell’Istruzione, che quest’anno è stato assegnato a Shai Reshef, fondatore e Rettore dell’University of the People – con sede in California – “per lo sviluppo e la diffusione dell’Istruzione”. Anche i più accaniti opinionisti e autosedicenti depositari delle manovre di Palazzo avrebbero l’opportunità di documentarsi e auspicabilmente convincersi su ciò che conta davvero e produce esiti gratificanti e di livello nel complesso universo culturale delle Università telematiche. 

Se ciascuno di noi fa un passo indietro e prende atto della certificazione apicale dell’Ydal prize, si può forse tutti insieme prendere atto e capacitarsi di quali sono gli atout che in questo settore formativo veramente contano e possono fare la differenza. Rinunciando ad essere influencer culturali per indossare i panni dell’attento osservatore.

“A differenza di molte Università online, che sono molto costose e permettono di laurearsi grazie alla presenza costante di tutor anche a persone che hanno poco tempo da dedicare allo studio, questa Università offre una Istruzione inclusiva e a prezzi accessibili per ampliare l’accesso all’istruzione superiore di qualità ed è flessibile, adattiva, creativa e a basso costo. Molto diversa dalle altre università online. La differenza la fa il metodo. Questi principi sono al centro della visione di Shai Reshef per University of the People, la prima università online accreditata con sede negli Stati Uniti. Lo studente non deve pagare tasse universitarie. Paga solo 60 dollari all’iscrizione e poi 120 dollari ad ogni esame sostenuto. Se l’esame non viene passato, deve ripagare di nuovo la fee per quell’esame e ripeterlo studiando daccapo. 

A differenza della maggior parte delle università cosiddette “telematiche”, sono inoltre a disposizione borse di studio per quegli studenti che le richiedono: in questo modo, chi merita può superare barriere economiche insormontabili, perché la borsa di studio può essere spesa solo per alleggerire il carico economico richiesto per sostenere gli esami.

Questo è un fattore molto motivante e costruttivo, che rimarca l’intento del Rettore e il proposito del progetto universitario. 

Ogni libro o dispensa richiesto è gratuito per lo studente, incluso l’accesso al JStore e alle maggiori librerie online, con decine di migliaia di tomi a disposizione. Videoletture, lezioni video o anche in Pdf, ma anche siti interattivi preparati dai professori del corso dando accesso libero a quelle di prestigiose Università partner come il Massachusetts Institute of Technology (MIT), la Harvard Business School Online, l’Università di Edimburgo e la McGill University, con cui l’Università collabora strettamente. Gli studenti possono ottenere crediti che consentono loro di trasferirsi e studiare di persona presso alcune di queste prestigiose istituzioni.

Ogni settimana allo studente vengono assegnati dei compiti scritti che richiedono studio e preparazione costanti. Viene richiesto di compilare settimanalmente un Learning Journal valutato dal professore sempre con cadenza settimanale, di partecipare ad un forum di discussione con altri studenti anch’esso valutato sia dagli studenti che dal professore, un’assegnazione scritta con la risoluzione d’uno o più problemi, un quiz libero per verificare il proprio livello di preparazione, e ogni tre settimane un quiz con valutazione scritta pesata dal professore, fino all’esame finale. Ogni voto contribuisce al voto finale. La media di tutti i voti è monitorata costantemente e permette allo studente di accedere ad un numero di corsi per termine che va da uno a quattro. Di modo da non appesantire studenti che hanno meno tempo o meno bravi gratificando invece chi ha la media alta, che così può terminare prima il corso di studi. 

Ogni passaggio è tenuto strettamente sotto controllo dal sistema e dai professori, con particolare attenzione verso ogni forma di plagio, che è punita severamente anche con l’espulsione dall’Università. Copiare, all’University of the People, è praticamente impossibile. Abusare dell’intervento dei cosiddetti tutor, anche. Viene stimolato il senso critico degli studenti, chiamati settimanalmente a valutare l’operato di alcuni altri studenti, l’utilizzo delle regole dello stile APA per comporre un saggio accademico (che ogni settimana vengono chiamati a preparare per ogni materia).

Essendo completamente in inglese (come scritto, la sede è in California), include anche il progetto ESL (English Second Language), dando la possibilità d’ottenere la preziosa certificazione scritta. Per gli studenti di lingua araba è presente la versione in arabo del sito. 

Il voto non può essere rifiutato e incide sulla media pesata finale del voto di laurea. I programmi di Laurea includono sia la Associate (l’equivalente della triennale) che la Bachelor’s (l’equivalente della laurea magistrale). Per chi è già laureato, viene offerto un ampio pacchetto di Master (con prezzi superiori per il singolo esame, ma sempre nelle medesime modalità).

Avendo fondato l’Università senza tasse scolastiche e senza scopo di lucro nel 2009, Shai Reshef è determinato a garantire che ogni studente qualificato delle scuole superiori in tutto il mondo abbia accesso a un’istruzione superiore di qualità. 

I corsi dell’University of the People si basano sui punti di forza dell’apprendimento virtuale, adattandosi agli impegni lavorativi e familiari, consentendo agli studenti di progredire al proprio ritmo e mantenendo i costi per gli studenti il ​​più bassi possibile. Il numero d’esami a cui si può partecipare contemporaneamente dipende infatti dalla media dei voti dello studente, valorizzando chi è bravo senza penalizzare o costringere ad estenuanti tour de force chi invece necessita di più tempo. Sotto la guida di Shai, il metodo di studio proposto dall’University of the People mantiene anche alcuni dei vantaggi di un’esperienza universitaria più tradizionale: classi di sole 25 persone, attenzione personalizzata e un consulente dedicato per ogni studente. In meno d’un decennio, il corpo studentesco dell’University of the People è cresciuta fino a raggiungere oltre 137.000 studenti in 200 paesi. Tre quarti dei quali provengono da Paesi in cui i bassi redditi e le risorse limitate rendono i posti universitari relativamente scarsi e fuori dalla portata di molti studenti qualificati. Altri si trovano ad affrontare barriere finanziarie, geografiche, culturali o politiche; 16.500 studenti sono rifugiati. 

University of the People continua a concentrarsi sulle competenze trasferibili e rilevanti per il posto di lavoro, con corsi di laurea e master in materie come Amministrazione Aziendale e Ingegneria Informatica, o Scienze della Salute.

Con i fondi del progetto del Premio Yidan, Shai intende continuare a far crescere l’University of the People, fornendo ad un numero sempre maggiore di studenti una soluzione completa ai problemi di accessibilità all’Istruzione”.

Avendo potuto verificare personalmente il grado di soddisfazione di studenti italiani che hanno intrapreso questo tipo di percorso, credo si tratti di una lettura interessante che offre spunti di riflessione importanti: la pedagogia comparativa disdegna chiacchiere e distintivi a favore dei fatti.

Tempi Nuovi, il Centro richiede l’impegno dei liberi e forti.

Le elezioni di domenica scorsa hanno determinato una svolta nella politica della Polonia. Dalle urne è uscita una nuova maggioranza, convintamente europeista e alternativa perciò alla destra sovranista. Donald Tusk, leader di Piattaforma civica, è ora in condizione di formare un governo di coalizione in cui sarà determinante il contributo del Centro.

La lista-coalizione denominata Terza Via, con il suo 14 per cento, è l’esempio che attesta l’emergere di un sentimento di stanchezza verso la radicalizzazione della lotta democratica. Si tratta di un risultato che va oltre le aspettative della vigilia: la saldatura elettorale di due formazioni distinte – una di matrice popolare l’altra di orientamento liberal-ambientalista – ha dato respiro alla proposta di un Centro non più sulla difensiva.

L’esempio della Polonia suggerisce di confidare nelle potenzialità di una politica che persegua l’obiettivo di una necessaria ricomposizione dell’area intermedia dell’elettorato, oggi più che mai interessata a comprimere lo spazio di manovra del populismo e del nazionalismo oltranzista.  

Questa lezione invita a riflettere sulle prospettive che in Italia possono aprirsi alle componenti di Centro. Il nostro compito è passare dallo stadio di crisalide a quello di farfalla, ovvero dal fervore volontaristico alla proposta politica. Il Centro si costruisce sulla base di valori che nascono da un umanesimo a più voci, senza preclusioni ideologiche o pretese egemoniche. 

Tempi Nuovi registra le difficoltà esistenti nel vecchio Terzo Polo, ma non si sente partecipe del gioco di veti e rotture, purtroppo incombenti anche nelle sedi parlamentari. 

Tempi Nuovi considera inevitabile che alla conflittualità permanente subentri il dialogo di lungo respiro, cercando con ciò d’individuare la strada per una soluzione da offrire al giudizio degli elettori il prossimo anno.

Tempi Nuovi, pertanto, fa appello alle ragioni dell’unità, perché solo la manifestazione di un impegno concorde e solidale può attrarre il favore di una pubblica opinione desiderosa di cambiare il registro della politica nazionale.

Il nostro ancoraggio alla storia del cattolicesimo democratico e popolare ci rende sensibili alla formazione di nuovi scenari partendo dal basso, ovvero dai comuni piccoli e grandi, immaginando che la selezione di nuove idee e nuovi programmi venga dall’esperienza territoriale e comunitaria. Qui vogliamo mettere le radici. 

Non siamo nati per fare semplicemente, quali che siano i termini e le opportunità, una lista alle elezioni europee. È un’ipotesi, questa, che ci stimola ma non al punto di cedere a dubbie avventure. Siamo sicuri invece di dover lavorare alla tessitura di un “popolarismo di base”, come originariamente è stato nel pensiero e nell’opera di Luigi Sturzo, per reinventare e promuovere l’iniziativa di quanti amarono definirsi i “liberi e forti”. 

Centro, ora coraggio e unità…se si vuol competere.

Certo, se si dovesse guardare il recente voto polacco da un lato con la vittoria di Donald Tusk e le ottime prospettive di Keir Starmer nel Regno Unito arriveremmo alla facile conclusione che è giunto il momento, anche e soprattutto nel nostro paese, di costruire e consolidare al più presto un’offerta politica centrista, riformista e di governo. Alternativa ai populismi e, nello specifico, al massimalismo settario e radicale della sinistra della Schlein e al sovranismo leghista. Purtroppo, in Italia chi denuncia, e giustamente, la deriva del bipolarismo sempre più selvaggio e maldestro, nonchè nocivo per la stessa salute della nostra democrazia, si limita a condizionare – con scarsi se non impercettibili risultati – uno degli attori principali proprio di questo bipolarismo. E nulla più, almeno per il momento.

Insomma, sempre di più “si vince al centro” o, se piace di più, si vince con l’affermazione di una “terza via”.

Ora, al di là dell’attuale vittoria polacca e delle ottime prospettive del Regno Unito, è indubbio che il tema interpella a maggior ragione il nostro paese. E, soprattutto, l’area di Centro. Certo, non mancano i partiti e le formazioni politiche che vogliono occupare quello spazio. E noi, cioè il movimento politico e culturale dei Popolari di ‘Tempi Nuovi” non ci stanchiamo di ripetere che l’unica strada in grado di attenuare e battere il secco impianto bipolare è quello di irrobustire e rafforzare un polo di Centro. Ovviamente plurale e di governo, riformista e dinamico. Ma questo Centro, purtroppo e con altrettanta chiarezza, è credibile e con una prospettiva certa solo nella misura in cui è unito. Ma, di grazia, che senso ha un partito che ha l’ambizione di occupare politicamente uno spazio centrista e di farsi interprete di quella domanda e poi, al contempo, litiga a mani basse con l’altro partito che percorre lo stesso obiettivo? Ma come può un normale e semplice elettore che non si riconosce, o non si riconosce più, nell’attuale bipolarismo e nei partiti che lo compongono, fidarsi di un progetto che vede uno stillicidio quotidiano tra le 3 o 4 formazioni politiche che vogliono farsi paladine di una rinnovata “politica di centro” nel nostro paese? La domanda è talmente banale che non merita neanche di una risposta. E, ancora, quali sarebbero le motivazioni politiche di questa rissa quotidiana? Anche qui la risposta è semplice: beghe personali, vendette trasversali, personalismi senza limiti e litigi da cortile.

Ma, per fare un solo esempio concreto, i grandi leader e statisti della Democrazia Cristiana – cioè, per capirci, i vari capi corrente – si amavano all’infinito? Certamente no, anzi! Ma quei grandi leader e statisti hanno sempre avuto una precisa consapevolezza accompagnato da un comportamento altrettanto netto: e cioè, lo scontro politico era duro e senza esclusione di colpi ma le ragioni dell’unità, di natura politica, avevano sempre e puntualmente il sopravvento. Solo così la politica trionfava a scapito delle strutturali e del tutto fisiologiche contrapposizioni personali.

Ecco perchè, possiamo parlare e discettare della vittoria del polacco Tusk e delle aspettative crescenti del britannico Starmer solo se da noi riusciamo a trasformare la domanda di Centro in un vero e proprio progetto politico unitario. Senza fermarsi ai rancori fanciulleschi e alle pregiudiziali personali di natura prevalentemente adolescenziale.

Racconto da Gaza City per abbozzare una morale straziante

La stanza era spoglia, misera come chi la abitava ma assai simile a quelle di altre case di quel quartiere. La gente aveva uno stile dimesso, ben integrato con le mura segnate che accoglievano una umanità priva di fronzoli.

Non c’era competizione tra uomini e cose, tutto era coerente ad uno stile dimesso che non suscitava invidie a chi lo osservasse. Per chilometri e chilometri ogni casa era arredata appena con l’essenziale per sbarcare la giornata, non cadendo nel ridicolo di un passo avanti del tutto fuori luogo rispetto al circondario.

C’era solo una finestra che affacciava su un muro sempre pronto ad ingoiarla e che rifletteva la luce dopo una serie di infiniti rimbalzi così da farla arrivare esausta al suo ingresso dove l’attendevano con la inutile speranza fosse più forte del giorno precedente.

Là dentro due brande sdentate come i vecchi che sopra vi erano sdraiati. Le loro reti si erano smollate insieme alla ragione dei due di rimettersi ogni giorno in sesto per un girovagare che aveva perso di ogni mordente.

A dire il vero non sapevano più o forse non l’avevano mai saputo come mai si trovassero lì e pure gli era sconosciuto chi fosse l’altro. Forse insieme da un anno o forse appena da un giorno, amici da sempre o da mai, non avrebbero potuto giurare nulla al riguardo.

Erano nella crudele età di mezzo di quando hai ancora uno sprazzo di lucidità a farti compagnia o uno sprazzo di rimbambimento insieme al resto di presenza a te stesso.

Nell’incertezza non sapevano esattamente con chi prendersela se non fossero stati subito pronti a riconoscere la situazione per come era.

Si guardarono negli occhi per un tempo indeciso a prolungarsi o se finirla in quel momento. Giocare come il gatto con il topo con due male in arnese non è cosa di rispetto.

Borbottarono qualcosa, giusto per dire al silenzio che ancora non gli avevano rubato in tutto la parola.  Naturalmente nessuno comprese niente del biascicamento dell’altro.
Dovettero prima mettere a fuoco di appartenere a due popoli diversi e che le lingue per questo suonavano ciascuna con il suo vocabolario. Questo fu il primo ostacolo da superare. Riscontrare una differenza fu la complicazione non da poco con cui confrontarsi.

Per il resto erano identici in tutto. Le rughe si erano abbonate gratuitamente sulla loro pelle, approdando su un corpo senza subirne i reclami. Erano stese in attesa che altre arrivassero anche sui pensieri dei vecchi che rallentavano, giorno dopo giorno, la falcata indecisa circa qualcosa da dire su un mondo a vuoto di curiosità.

Finalmente si riconobbero malgrado fossero uguali soltanto negli acciacchi, che annullarono le differenze che dicevano la loro a dispetto di una età che porta tutti ad essere in qualche modo gemelli.

Furono dunque costretti a superare l’imbarazzo di quando non si sa se si tratti di una frequentazione antica o fossero per caso in quel momento l’uno contro l’altro.

Dovettero per questo venirsi incontro e usare quel tanto di parola che potevano comunemente comprendere, attingendo agli anni di esperienza consumati vivendo entrambi in terre di confine.

D’istinto decisero di non offendersi interrogando l’altro su che nome avesse o indagando sulla causa di quel fronteggiamento al momento insolito. Può darsi fossero amici da anni e non era il caso rischiare per un capriccio di curiosità di mostrarne la dimenticanza.

Fosse stato invece un incontro fresco di giornata, data la situazione, non era il caso di fare troppo gli schizzinosi. Si può essere sordi abbastanza per immaginare di sentire anche ciò che non arriva o sognare di prendere all’orecchio un suono che invece non c’è.

Nel loro caso, pur rifugiandosi di comodo in una demenza da prendere a prestito almeno per l’occasione, non poterono fingere di non capire.

Chissà da quanto tempo la terra aveva preso a tremare. Ormai non era più da farci caso. I palazzi avevano le convulsioni, vibrando i loro fusti non più all’impazzata come nei primi giorni di bombardamento.

Avevano assorbito un ritmo stabilito della coreografia propria delle circostanze, assecondando a turno il vibrato delle bombe che li scalfivano. Non c’era più alcuna forma di spasmo. Anche le mura hanno diritto a crollare ed a morire per rinascere insieme a nuovi padroni, in armonia con un ciclo che non ne mostri i segni definitivi del tempo.

Per rompere il ghiaccio non poterono far altro che scambiarsi una sigaretta senza dirsi troppe parole, giusto un minimo di fiato per ringraziarsi del fuoco che si erano passati per accenderla.

L’aspirarono con calma, con le pause richieste di come fosse l’ultima a spettargli pur avendo un pacchetto ancora pieno su cui appoggiare un vizio che sapeva di grazia.

Non si diedero alcuna fretta. Era adesso in loro potere mandare in fumo qualcosa, tutto attorno un altro fumo e polvere che entrava di sbieco, facendo ressa dalla finestra cercando riparo nella stanza per quanto fuori ci fosse una scottante aria di guerra.

Al termine della sigaretta avrebbero potuto riprendere quanto interrotto. Soltanto che non si trattò di una pausa che aveva spezzato un colloquio imbastito da chissà quanto.

Restarono invece zitti con la capacità rara di non fare commenti e neanche di pensarli. Erano lì fermi appartenendo ai fatti, non sgomitando per portarli da questa o quella parte, immobili e morti. Solo così accolti pienamente e non rintuzzati al pari di stranieri da ricacciare chissà dove.

Prima o poi tutto questo sarebbe finito e sarebbero tornati alle faccende quotidiane con cui avevano imparato a prendere confidenza dal giorno della loro nascita.

Tra queste era anche raccontarsi che la guerra, una volta per tutte, avrebbe spento i suoi bui fari smettendo di pavoneggiarsi. Lo dicevano per abitudine, perché è così che si dice ma non ci avrebbero scommesso un solo giorno ed un solo capello di quei pochi che gli restavano.

I due vecchi smisero di consumare il tabacco che si era fatto cicca tra le dita studiandosi appena per un attimo per dare esito al gioco di posizioni. Forse uno era ostaggio dell’altro, restava da stabilire chi fosse il guardiano e chi il prigioniero. O erano semplicemente insieme da tempo infinito, nella stanza solo per commentare la noia di qualcosa che conoscevano a memoria e che si erano stancati di accettare nel patrimonio delle cose ormai mischiate per abitudine nel loro sangue.

Nessuno sarebbe scappato e nessuno avrebbe rincorso. Concessero spazio, poco più di un farfuglio, a poche parole sufficienti per intendersi. Il vantaggio dei vecchi è di avere fiacco respiro a disposizione; quel poco se lo fanno bastare per andare subito al punto. Tolgono di mezzo gli aggettivi non avendo bisogno di spiegare quello che già si conosce fin dentro ai dettagli.

Evitano di prendere il discorso alla lontana non avendo voglia di entrare a forza nella comprensione dell’interlocutore, si limitano all’indispensabile riducendo al minimo lo spreco di energie.

Uno dei due fece accenno a quante ne aveva combinate fino a prima di mettere i capelli bianchi. Nulla di particolarmente eccezionale o che valesse tramandare, per eccezionalità, alle future generazioni. Insieme a tanti come lui si era sgolato per urlare contro gli oppressori, tante sassaiole e molotov per protestare.

Poi un giorno gli diedero una pistola in mano ed erano pronto a farne uso. Sparò ma non seppe mai se colse un bersaglio o se i colpi ferirono piuttosto la compattezza delle nuvole sovrastanti. Le ossa malconce ne avevano adesso ridotto l’azione.

Anzi aveva rinunciato a dire la sua perché non aveva più nulla da dire. Non era questione di sfiducia, di delusione per le batoste ricevute, per aver girato a vuoto per gran parte della vita.

C’era invece qualcosa che ora gli era chiaro e lo avviliva. Non poterne convincere il prossimo ancora fresco di giornata gli dava un senso di prostrazione che ne rendeva cieca la lingua. Che sibilava capace solo per quelli con il fiato stentato come il suo.

Nelle screpolate feritoie della sua pelle raggrinzita, accatastate alla rinfusa, erano alloggiate idee buone finché acquattate dentro la loro tana.

Finalmente il silenzio faceva giustizia sulla intemperanza degli anni precedenti. Era arrivata la stagione del riposo e con esso una lucidità impossibile da esportare fuori la punta del suo naso.

L’altro vecchio non gli fu da meno. Aveva ancora un occhio abbastanza svelto per poter cogliere il momento buono per scappare o per rincorrere chi avesse tentato la fuga. A dirla tutta non avrebbe fatto né questo né quello. Avrebbe lasciato andare l’evasore e neppure avrebbe abbandonato la stanza mettendo in affanno il suo carceriere.

Con le poche parole a disposizione per intendersi disse più o meno le stesse cose ma stando dall’altra parte della barricata. Non seguirono tra loro repliche od obiezioni.

Si strapparono una risata appena accennata quando convennero che in un mondo di vecchi non ci sarebbe stata mai alcuna guerra.

Erano entrambi alla finestra ammirando il fumo che ne nascondeva altro, svelandone la sorpresa appena al primo cenno di dissipazione di quello in prima fila. 

Essere appostati, sporgendosi verso un mondo che correva verso la salvezza non gli produceva alcun effetto. Chi partito prima o poi sarebbe tornato. Se non fossero stati gli stessi, la strada si sarebbe riempita di gente ugualmente anonima, conforme al destino di chi è condannato ad un movimento perenne, opposto a notizie sempre uguali anche dopo la loro prima stampa.

Tra le rovine delle mura ancora in piedi, gruppi di uomini, armi in mano, convinti di poter lasciare un segno sulla pelle del nemico. Adesso o dopo, loro od altri, ma l’avrebbero avuta vinta. Ogni guerra porta in dote l’annientamento dello sbadiglio delle ore consuete.

Ogni guerra si abbevera di un’energia che non ha tregua e che rintocca sempre più audace per ogni colpo schivato ed uno assestato. Si estingue davvero soltanto quando uno dei contendenti ha perso di adrenalina e comincia a stufarsi e fa finta di arrendersi o di vincere.

I due vecchi erano in attesa che tutto tornasse ad una normalità che li avrebbe incontrati ancora alla finestra, indispettita per essere stata riconosciuta con la sua forma nota, in grado di annichilire anche il brillare stupefacente di bombe sempre più forti.

Non c’è chi pianga per due vecchi stesi per terra, i corpi a lambirsi o nella peggiore della ipotesi a sovrapporsi. Poco sangue a macchiare per terra perché dalle teste dure c’è poco da cavare. Commenti precipitosi avrebbero sentenziato un amore per una casa che non si abbandona a nessun costo. Altri con maggiore realismo avrebbero deciso per un fisico poco agile per darsela per tempo a gambe.

Sarebbe rimasta per certo la stanchezza dei becchini ad arrampicarsi sulle pietre ammonticchiate dai soccorritori per prendere quei corpi di poco conto mettendoli al riparo della indifferenza di chi fosse passato da quelle parti.

La guerra non finisce per abulia o per stanchezza. Per la pace ci vogliono i vecchi, la fine di ogni fede e più di tutto l’amore per una gustosa sigaretta, questa sì qualcosa veramente da non uccidere.

Orgoglio per il nuovo Hilton accanto alla Nuvola di Fuksas

Filippo Rebecchini

Buona sera e grazie a tutti gli intervenuti, tra i quali, con nostro grande piacere, l’On. Sindaco di Roma Roberto Gualtieri.

Con l’Amministratore Delegato, mio nipote Onorio, desidero esprimere poche parole relative al presente albergo, chiamato “La Lama”.

Il fabbricato fu acquistato nel 2018 nello stato di shell and core dalla EUR SpA, – oggi rappresentata dall’ Ing. Angela Cossellu, graditissima ospite. Il progetto originario prevedeva una costruzione unica con LA NUVOLA al fine di dar vita ad un grande “Centro Congressi per Roma”, che fosse all’altezza delle grandi Metropoli Europee, ma più bella, affascinante e funzionale di quelle esistenti nelle altre città. Per tale scopo la la progettazione fu affidata al migliore e fantasioso degli architetti: l’Architetto Massimiliano Fuksas. Il nostro compito è stato quello di trasformare il manufatto “Shell and Core” in un albergo più che accogliente, grazie anche alla ultraventennale collaborazione e consulenza del marchio Hilton. Siamo onorati di averti qui Dominique.  

L’albergo, con le 439 stanze e le sue grandi dimensioni, descritte dal Direttore Paolo Bellè, darà lavoro a circa 300 dipendenti.

Tutto sembrava semplice, ma nei fatti dobbiamo ricordare, che, proprio nel momento di maggiore impegno costruttivo, abbiamo incontrate tre enormi difficoltà: pandemia, guerra e carenza nel reperimento di personale, soprattutto specializzato. Tale mancanza ha inciso soprattutto sui tempi di lavoro, nonostante le affannose ricerche di ottimo personale da parte dei nostri uffici di risorse umane e dell’impresa di costruzione, la “Stile”, condotta dal mio indicabile fratello Luigi e da suo figlio Nicolò.

Certamente l’incremento dei tempi di lavorazione hanno appesantito i costi e i tempi necessarie ad ultimare l’opera, ma, oltre all’ausilio della Sace, tre importanti Istituti bancari, Unicredit, Credit Agricole e Popolare di Sondrio, hanno creduto e dato fiducia all’azienda e a chi la conduceva, per superare il momento sfavorevole.

L’Amministratore Delegato ed io siamo certi che, non solo i dirigenti delle banche ma, molti altri operatori abbiano apprezzato una società estremamente compatta, magnificamente condotta fino all’età di 93 anni dal maggiore dei miei fratelli, Gaetano, e tuttora composta da una sola famiglia, con intenti e mentalità comuni, e con il medesimo desiderio di dimostrare il proprio amore per Roma, trasmessoci, da sempre, da nostro padre, Salvatore Rebecchini.

AgenSIR | Orrore a Gaza nella giornata di preghiera per la pace.

Maria Chiara Biagioni e Daniele Rocchi

 

Sarebbero circa 300, ma alcune fonti parlano di 500, le vittime di un attacco che, secondo un portavoce del ministero della Sanità di Hamas, stasera [ieri sera per chi legge, ndr] ha colpito l’ospedale battista Al-Ahli Arabi nel centro di Gaza City. Sotto le macerie ci sarebbero ancora molte persone, riferisce Al Jazeera attraverso reporter sul campo. Il nosocomio ospitava al suo interno un migliaio di sfollati, ha spiegato alla Bbc il canonico Richard Sewell, uno dei maggiori esponenti a Gerusalemme della Chiesa anglicana, che finanzia l’ospedale, totalmente indipendente da ogni fazione di Gaza. Alla fine della settimana scorsa, è il suo racconto, circa seimila abitanti di Gaza, quasi tutte famiglie, si erano rifugiati nel cortile dell’ospedale che il 14 ottobre è stato colpito una prima volta, provocando il ferimento di quattro persone. Dopo questo attacco aereo la maggior parte degli sfollati ha lasciato l’ospedale, ma mille persone sono rimaste. Molti dei feriti sono donne e bambini.

La versione di Israele. Pronta la smentita dell’Esercito israeliano (Idf) di fronte alle accuse rivoltegli da Hamas, riportata dalla Bbc: “L’ospedale non era un edificio sensibile e non era un obiettivo dell’esercito. L’Idf sta indagando sulla fonte dell’esplosione e, come sempre, dà la priorità, all’accuratezza e l’affidabilità. Esortiamo tutti a procedere con cautela nel riferire affermazioni non verificate di una organizzazione terroristica”. A questo primo comunicato ne ha fatto seguito un altro che attribuisce la totale responsabilità della strage a un razzo della Jihad islamica. Sulla base di “informazioni di intelligence, la causa dell’esplosione all’ospedale di Gaza è un fallito lancio di un razzo della Jihad Islamica”, sostiene l’Idf che precisa: “L’analisi dei sistemi operativi dell’Idf mostra che uno sbarramento di razzi nemici è stato lanciato verso Israele, passando vicino ad un ospedale, che è stato colpito. Secondo le informazioni d’intelligence, provenienti da diverse fonti, la Jihad Islamica palestinese è responsabile del fallito lancio che ha colpito l’ospedale”.

[…]

La reazione delle Chiese. “Si tratta di una perdita spaventosa e devastante di vite innocenti”. Così l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby commenta da Londra la strage avvenuta questa sera a Gaza all’al-Ahli Arab Hospital. In una dichiarazione su X che la Lambeth Palace ha fatto giungere al Sir, l’arcivescovo scrive: “L’ospedale Ahli è gestito dalla Chiesa anglicana. Piango con i nostri fratelli e sorelle: per favore pregate per loro. Rinnovo il mio appello affinché i civili siano protetti in questa guerra devastante. Che il Signore Dio abbia pietà”. I media locali e inglesi parlano di centinaia tra morti e feriti. Proprio oggi alla Lambeth Palace – cuore della Comunione Anglicana – l’imam di Leicester, sheikh Ibrahim Mogra e il rabbino della New North London Synagogue Jonathan Wittenberg si sono uniti all’arcivescovo di Canterbury per la preghiera per la pace. “Non possiamo permettere che i semi dell’odio e del pregiudizio vengano seminati di nuovo nelle nostre comunità”, ha detto Welby. 

Durissima condanna del Consiglio Mondiale delle Chiese (Wcc) che ha espresso “indignazione e shock” per la notizia dell’attacco all’ospedale Al-Ahli a Gaza. “Migliaia di palestinesi che avevano già perso la casa si stavano rifugiando nell’ospedale, gestito dalla Chiesa anglicana”, afferma il segretario generale del Wcc, Jerry Pillay. “L’attacco equivale a una punizione collettiva, che è un crimine di guerra secondo la legge internazionale”. In una dichiarazione giunta al Sir, Pillay ha aggiunto che “la comunità internazionale deve ritenere Israele responsabile dei crimini commessi contro i civili”. “L’attacco – prosegue il segretario generale – è anche contrario a tutto ciò che i nostri valori monoteistici ci richiedono; vale a dire la difesa della giustizia, la promozione della pace e della dignità umana di tutti coloro che sono stati creati da Dio e a Sua immagine. L’attacco non ha senso, dal momento che era diretto contro un ospedale, proprietà della chiesa, contro pazienti e famiglie che cercavano rifugio dagli incessanti bombardamenti di Israele”. 

Pillay ricorda inoltre che l’attacco è avvenuto lo stesso giorno in cui i leader delle chiese di Gerusalemme hanno organizzato una giornata di preghiera per la pace. “Poiché è prevista una visita del presidente degli Stati Uniti Joe Biden in Israele, lo invitiamo a condannare questo atroce attacco contro l’ospedale e a chiedere al governo israeliano di fermare il violento bombardamento di Gaza e di aprire un corridoio umanitario”, afferma Pillay. “In questo momento di dolore, preghiamo – conclude Pillay – affinché le persone uccise nell’ospedale Al-Ahli e tutti coloro che hanno perso la vita in questo conflitto possano riposare in pace. Inviamo le nostre condoglianze alle famiglie in lutto e i migliori auguri di pronta guarigione a coloro che sono rimasti feriti”.

I cristiani di Gaza. La notizia della strage all’ospedale anglicano ha suscitato “sgomento” all’interno della piccola comunità cristiana gazawa, in larga parte rifugiata nella parrocchia latina della Sacra Famiglia. A riassumere al Sir lo stato d’animo dei cristiani locali e suor Nabila Saleh: “In questo momento non riesco a non pensare alla sofferenza delle persone colpite. Si spendono miliardi per i missili e le armi mentre nel mondo c’è gente che muore di fame e di sete. Le cosiddette democrazie parlano di diritti umani ma questi vivono solo sulla carta. La nostra terra gronda sangue. Non abbiamo nessun luogo dove andare a chiedere pace. Non abbiamo nessuno, solo Te. In Te riponiamo speranza e giustizia”.

Fonte: AgenSIR

Con la guerra in Israele meno attenzione per l’Ucraina?

La guerra in Israele ha annullato mediaticamente l’attenzione, già di suo molto diminuita a causa del suo lungo protrarsi, per quella in Ucraina. Un problema in più per Kiev, che già da tempo avvertiva il progressivo anche se forse impalpabile allontanamento delle opinioni pubbliche occidentali dal suo dramma: perché di questo si tratta, essendo il paese in una condizione assai difficile, distrutto in molti suoi luoghi, sottoposto a minaccia di bombardamenti tuttora in quasi ogni sua città, con una economia che in queste condizioni ovviamente non riesce a ripartire.

A livello ufficiale la situazione non è mutata: pieno è il sostegno politico e militare da parte dell’Alleanza Atlantica e degli Stati Uniti in particolare, recentemente ribadito e mai posto in discussione. Però, e questo il presidente Zelenskji e i suoi più stretti collaboratori lo hanno ormai ben intuito, quegli stessi governi occidentali avvertono la “stanchezza” delle proprie opinioni pubbliche per una guerra che – vista da fuori – pare trascinarsi stancamente senza nessuna prospettiva di conclusione, né di chiara vittoria di una delle parti in campo.

L’enfasi posta la scorsa primavera su una “controffensiva” che avrebbe dovuto rispedire indietro di molte miglia i russi invasori forse non ha aiutato, in questo senso, posto che i suoi risultati sono stati largamente inferiori alle attese, o a quella che in realtà era solo propaganda di guerra. Anche se – è notizia di ieri – il successo nell’attacco alla base elicotteristica russa di Berdyansk senz’altro verrà enfatizzato nella comunicazione di Kiev.

Alcuni messaggi ricevuti paiono assai preoccupanti, a questo punto, per il governo ucraino. Il principale, probabilmente, è stato il mancato invito da parte dell’India al G20 tenutosi lo scorso mese, a differenza di quanto avvenuto l’anno precedente in Indonesia. Un segnale esplicito della “stanchezza” di cui si diceva ma, soprattutto e di più, una chiara indicazione di quanto della questione ucraina al mondo non occidentale poco interessi. E di quanto il costituendo asse fra i paesi cosiddetti neo-BRICS, tutti fra loro poco amici ma tutti fra loro sostanzialmente alleati nel cambiare le gerarchie del mondo imperniate sulla “civiltà” occidentale, sia ormai poco sensibile alle questioni relative al rispetto del diritto internazionale poste dal prepotente atto di guerra perpetrato da Mosca sul territorio di uno stato sovrano.

Poi davanti a Zelenskji e ai suoi c’è l’incognita elettorale. Non quella interna, che non è neppure detto vi sarà, posto che le elezioni previste per il prossimo anno non sono certe, continuando la guerra e proseguendo lo stato di legge marziale. Bensì quella esterna. A giugno si voterà per il Parlamento europeo, e questo sarà un test importante per comprendere meglio l’atteggiamento degli elettori dell’Unione anche in riferimento alla questione ucraina. Quella “stanchezza”, quella assuefazione favoriranno i partiti nazionalisti meno sensibili ai problemi di Kiev, se non addirittura – come ad esempio l’italiana Lega – vicini o comunque non certo ostili al regime moscovita. E poi, a novembre, il voto negli Stati Uniti confermerà Joe Biden, il più importante e fermo alleato di Zelenskji o al contrario vincerà un repubblicano? Una domanda terribile per Kiev. Perché, come si è visto anche nelle scorse settimane nello scontro al Congresso proprio nel dibattito sui nuovi aiuti militari all’Ucraina, un presidente repubblicano (non necessariamente Trump, col quale la situazione – è scontato – precipiterebbe) sarebbe assai meno generoso di quello oggi in carica. E senza il concreto sostegno militare di Washington la sorte di Kiev sarebbe segnata. E sarebbe una sconfitta netta per il sistema democratico occidentale, però. Questo sarebbe bene non scordarselo.

Dibattito | Quale centro vogliamo? Fondamentale l’impegno dei democratici d’ispirazione cristiana.

Col bipartitismo forzato introdotto in Italia, dopo il referendum maggioritario di Segni del 1993, con la fine politica della Dc è scomparso il centro che aveva garantito l’equilibrio politico istituzionale e la crescita e lo sviluppo economico-sociale dell’Italia.

Alla fine dei partiti storici sono subentrate le formazioni politiche di tipo personale-aziendale col prevalere dei caratteri populistici nella versione berlusconiana d’antan, della Lega nordista e del M5S nella sua espressione più rilevante del qualunquismo italico e, alla fine, al prevalere della destra estrema col risultato elettorale del settembre 2022.

Chi, come il sottoscritto, ha impegnato gli ultimi vent’anni di impegno politico nel progetto di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica, liberale e cristiano sociale (nella convinzione che all’Italia serva, come nei momenti migliori della sua storia, la presenza di una forza politica ispirata dai valori della dottrina sociale cristiana, erede della migliore tradizione popolare e democratico cristiana), ritiene che nella condizione attuale del Paese, retto dalla “maggioranza di una minoranza” dell’elettorato italiano, per costruire un’alternativa alla destra nazionalista e sovranista oggi al potere, serva un’alleanza ampia e articolata di centro sinistra nella quale sia forte la componente centrale: democratica, popolare, liberale, riformista, euro-atlantista, nella quale possano convivere i principi e i valori dell’umanesimo cristiano, liberale e socialista.

Un centro, dunque, alternativo alla destra dominata dagli eredi almirantiani e alla sinistra che, con la Schlein, ha assunto il carattere di un partito radicale di massa, distinto e distante dai valori dell’umanesimo cristiano e dalla stessa migliore tradizione del vecchio partito comunista.

Condizione preliminare perché possa nascere questo centro è il ritorno alla legge proporzionale e il modello del sistema elettorale tedesco potrebbe essere quello su cui trovare un ampio consenso a livello politico e parlamentare. Ecco perché con gli amici di Iniziativa Popolare intendiamo aprire una forte iniziativa per il ritorno alla legge elettorale proporzionale e all’applicazione dell’art.49 della Costituzione sulla democraticità interna ai partiti che, con i nuovi movimenti-partito personalistico aziendali, è stata del tutto disattesa.

Credo che quanti si dichiarano interessati a tale progetto di ricomposizione politica dell’area cattolica, dovrebbero orientare le loro scelte tattico operative in coerenza con questa prospettiva.

Certamente le prossime elezioni europee, nelle quali vige la legge elettorale di tipo proporzionale con sbarramento al 4%, è l’occasione irripetibile per favorire la formazione di una lista unitaria d’area, avendo consapevolezza che tale passaggio elettorale, costituisce un passo importante, necessario, ma non sufficiente per il progetto più ampio che riguarda il nuovo assetto politico del nostro Paese. Un passaggio però che, a mio parere, dovrebbe tener conto dei possibili sviluppisuccessivi.

Da diverse settimane siamo attenti a ciò che si sta muovendo tra diversi gruppi, partiti e movimenti di questa vasta e composita area, una frammentazione pulviscolare conseguente alla dolorosa diaspora democratico cristiana (1993-2023) e rileviamo atteggiamenti e comportamenti diversificati, alcuni dei quali condizionati da vecchie nostalgie di segno regressivo. Tralasciando la schiera di coloro che, ben ancorati nei due raggruppamenti del bipartitismo forzato destra-sinistra, aspirano a collocarsi comodamente in una delle due liste del raggruppamento di appartenenza, siamo più interessati alle vicende di quanti, almeno a parole, si dichiarano interessati al progetto di ricomposizione politica dell’area cattolica, quale elemento decisivo per la costruzione del nuovo centro ampio e plurale di cui sopra.

Con gli amici di Iniziativa Popolare crediamo che ci siano le condizioni per avviare un serio dialogo con gli amici della Dc, i quali, tuttavia, dovranno confermare che la scelta per una lista unitaria alle europee unita al Partito Popolare Europeo, deve rappresentare una scelta di campo dalle inevitabili conseguenze operative sul piano delle alleanze in Italia. È vero che Forza Italia, grazie a quanto indicarono a suo tempo i compianti amici Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo a Berlusconi circa l’opportunità di aderire al Ppe, è oggi il più importante partito italiano inserito a pieno titolo nel Ppe, ma è altrettanto vero, che tale scelta si pone in netta alternativa a quelle della Meloni e di Salvini nettamente a destra in Italia e in Europa.

Se, da un lato chiediamo chiarezza alla Dc su questo piano, altrettanto chiarezza vorremmo dagli amici di Tempi Nuovi dopo l’annuncio della loro adesione in Europa al partito “En marche” di Macron nella sua versione europea di Renew Europe. Quale coerenza in tale decisione per un movimento che pure si ispira ai valori e ai principi del cattolicesimo democratico? Come conciliare tali valori con un partito marcatamente laicista che è quello che ha chiesto di inserire nella Costituzione europea il diritto all’aborto?

Confidiamo che, alla fine, in Tempi Nuovi prevalga la coerenza e si superi la nostalgia per una Margherita che, nella versione pro Macron, assumerebbe il carattere di uno spostamento a destra di quella stessa idea.

Penso che con gli amici di Insieme guidati da Giancarlo Infante sia possibile aprire un dialogo fecondo, anche alla luce delle loro indicazioni di programma sin qui espresse, molto vicine a quelle che sono indicate nel dibattito interno alla Cdu tedesca, partito guida del Ppe, che ha chiuso nettamente a ogni collaborazione con la destra estrema tedesca.

Credo che Iniziativa Popolare, dovrebbe favorire questo processo di ricomposizione, nel quale invitare tutte le diverse espressioni che si dichiarano interessate a una presenza forte dei democratici cristiani e popolari italiani, in larga parte facenti parte di quel vasto elettorato italiano renitente al voto, che sta solo attendendo la voce di un nuovo centro politico affidabile, espressione degli interessi e dei valori della povera gente e dei ceti medi produttivi.

Ad Avetrana il 20 ottobre il Premio nazionale della solidarietà

In un contesto internazionale molto delicato, la località di Avetrana, in Puglia, per un giorno diviene “Capitale della Proposta Sociale e Pastorale per la Persona”.  Il 20 Ottobre prossimo, infatti, nel cuore del Salento, nella splendida cornice della Masseria Grottella Resort in Avetrana, si terrà la cerimonia del Premio Nazionale Solidarietà 2023 promossa dalla NuovaOARI. 

La NuovaOARI, Associazione Nazionale per lo Sviluppo Umano Integrale e Socio Pastorale della Persona Don Giacomo Luzzietti, con a capo il Presidente Nazionale  Cosimo Derinaldis, in collaborazione con l’Ufficio Regione Puglia della Pastorale della Salute, il Laboratorio Sociale Tina Anselmi e ad altri enti ed istituzioni, ha promosso il Convegno Nazionale ispirandosi alla parole di Papa Francesco: “È sempre possible ricominciare, anche dalle macerie”. 

Il convegno affronterà temi che mettono al centro lo sviluppo umano della persona tra saluti introduttivi e sessioni tematiche su orientamenti psico-sociali, teologico-pastorali, culturali e della società della conoscenza con uno sguardo all’innovazione e ai temi del Mediterraneo.  Il programma prevede relazioni ed interventi di autorità istituzionali, del mondo accademico, ecclesiastico e sociale. Tra loro sarà presente il Sindaco di Avetrana Antonio Iazzi, Maura Ianni (Docente di Psicologia Generale dell’Università di Roma Tor Vergata), Aldo Bova (Presidente Forum Associazioni Socio Sanitarie), Mario Balzanelli (Presidente Sistema Nazionale SIS 118), il Vescovo della Diocesi di Oria Mons. Vincenzo Pisanello, Don Maurizio Patriciello (Parrocco di Caivano), Attilio Bombardieri (Segretario Generale UIL RUA), Michela Mercuri (Docente di Geopolitica dell’Università di Padova ed opinionista Tgcom24), Don Sabino Troia (Responsabile Pastorale della Salute CEI), Antonio Derinaldis, Padre Marcello Spada e tanti altri. 

L’iniziativa della NuovaOARI ha come finalità quella di riflettere ed analizzare le sfide del nostro tempo evidenziando idee e nuove proposte sociali e pastorali in tema di sviluppo umano integrale per la persona. Ruolo centrale sarà il processo formativo per la costruzione di un nuovo umanesimo. “La NuovaOARI, con i suoi aderenti, collaboratori ed amici di Don Giacomo Luzzietti, rinnovati nell’impegno operativo socio pastorale, in questa missione intendono proseguire con consapevolezza, passione e dedizione di chi soffre e per chi soffre” cosi Cosimo Derinaldis Presidente della NuovaOARI. 

Nel Corso della giornata e al termine delle sessioni tematiche sarà conferito il Premio Nazionale Solidarietà 2023 ad illustri personalità che in alcuni settori specifici della vita del paese si sono distinte nel loro impegno quotidiano al servizio del bene comune, con al centro sempre il rispetto della “dignità della persona”.

Delusione per un convegno di cattolici alla corte di Elly Schlein

A scuola ci hanno insegnato che i più bravi devono anche applicarsi affinché la loro capacità di apprendimento sia di stimolo per gli altri, invece di essere un mezzo per raggiungere gli obiettivi con il minimo sforzo. È un criterio di condotta che vale negli ambiti più diversi, dunque anche in politica. Chi maneggia di più e meglio strumenti di analisi complessi, ovvero chi può vantare l’appartenenza a un universo di valori e di esperienze, tanto da poter leggere la realtà dell’oggi avendo a disposizione un bagaglio di testimonianze importanti e di esempi significativi; chi, insomma, facendo tesoro della lezione del cattolicesimo democratico ha la possibilità di elaborare sintesi, piuttosto che limitarsi alla semplice rappresentazione dei problemi, non deve rinunciare a compiere un lavoro di scavo sul terreno impervio e faticoso della politica.

Questa premessa spiega le ragioni che portano a dire come l’incontro dell’associazione Argomenti 2000, svoltosi sabato scorso a Roma, sia stato una delusione. Ernesto Preziosi, già deputato del Partito democratico e prima ancora dirigente dell’Azione cattolica, ha suscitato un’attesa dimostratasi vana. L’associazione avrebbe potuto dare, grazie a lui, un contributo serio alla discussione sul presente e sul futuro dei riformisti, anzitutto perché da diversi mesi, sull’onda della vittoria di Elly Schlein, si è aperto il discorso sull’impianto radicale del “nuovo Pd”. A riguardo, non si è capito ancora bene l’ordito di questa trasformazione: il messaggio lanciato nelle primarie si è tradotto nell’apertura ai 5 Stelle, con risultati poco brillanti. Dopo una fiammata iniziale, i consensi del Pd sono andati affievolendosi. Secondo gli ultimi sondaggi la quota simbolica del 20 per cento è di nuovo a rischio. 

Preziosi ha evitato di entrare nel vivo delle questioni, salvo esibire lodevolmente la cura di Argomenti 2000 per alcuni temi fondamentali, come ad esempio l’emergenza ambientale, con ampio richiamo al magistero sociale di Papa Francesco. L’interlocuzione con la Schlein, durata quasi tre ore, non è servita però a focalizzare il motivo che dovrebbe rilanciare la suggestione del “partito unico” dei riformisti. Il sorvolo delle questioni etiche (matrimonio egualitario, utero in affitto, suicidio assistito, ecc.) ha fatto il paio con il dribbling delle materie su cui il “campo largo” dimostra, ad esempio sul salario minimo, un’inclinazione all’ideologismo. Il fatto che il Pd dialoghi con la Cgil e ignori la Cisl non ha prodotto quella necessaria interrogazione che pure una certa sensibilità sociale, sedimentata nel corso di mezzo secolo di politica democristiana, richiederebbe.

Certo, l’intervento registrato di Prodi e l’evocazione dell’Ulivo hanno voluto significare che una qualche nostalgia – evidentemente, come nel caso del debito buono, esiste anche una nostalgia buona – tende a provocare il desiderio di una reinterpretazione della svolta politica del biennio ‘95-‘96. Ce ne sarebbe comunque bisogno, a patto di non arrestarsi sulla soglia dell’amarcord.  In verità quella svolta fu il prodotto di una volontà collettiva che vide protagonisti i popolari, all’epoca organizzati in partito, più che le forze dello spontaneismo di base. La vulgata vuole però che su tutto abbia prevalso l’istanza di ricomposizione dell’area progressista, avendo il crollo del comunismo sovietico modificato i parametri della lotta per l’egemonia democratica. Orbene, l’errore di schiacciare a sinistra la logica di quel processo ha inciso ed incide sulla natura, la percezione esterna, il posizionamento del partito erede dell’Ulivo, vale a dire il Pd. E dunque, non dovrebbero essere i cattolici democratici presenti, malgrado tutto, all’interno del Pd a farsi carico di questa doverosa revisione critica, fino alle conseguenze più stringenti ed impegnative? Chi oggi parla di “centro”, facendo leva sulla lezione di Sturzo De Gasperi e Moro, ha compiuto con ordine questo percorso. 

Sta qui la delusione, a un uomo intelligente e capace come Preziosi è mancato forse il coraggio. Si fa presto a intavolare confronti quando la politica viene rimossa. All’illusione del successo immediato subentra inevitabilmente lo scacco dell’impotenza. La realtà non fa sconti a nessuno, bisogna tenerne conto per non passare per anime belle.

P.S. Vale la pena, in ogni caso, ringraziare Laura Rozza Giuntella che ha ricordato in assemblea la figura di David Sassoli, un amico di cui tutti avvertiamo la mancanza. 

Insieme | Giuseppe Di Vittorio incontra don Luigi Sturzo

Giuseppe Di Vittorio (Cerignola 11 agosto 1892 – Lecco 3 novembre 1957) rimane orfano a dieci anni. Il padre muore nei campi dopo una giornata di duro lavoro presso un latifondista. Peppino, come tutti lo chiamano, prende nei campi il posto del padre. È un contadino analfabeta, figlio di contadini analfabeti. Ancora bambino si vende l’unico paio di scarpe per comprare il vocabolario Zingarelli da un rigattiere. Tiene un quaderno dove annota le parole strane che ascolta e studia da solo per sfuggire all’ignoranza.

Nel 1911 dirige la Camera del Lavoro di Minervino Murge, poi quella di Bari. Nel 1921 è eletto per il Partito Socialista Deputato del Regno. Dotato di grande buon senso ed umanità, gira il territorio in sidecar per stare vicino ai contadini che vivono una condizione di sofferenza umana unica. Ritiene che il Mezzogiorno non debba pagare ulteriormente le spese dell’Unità d’Italia.

Nel 1924 aderisce al Partito Comunista. Non è eletto alla Camera ed è perseguitato dal Fascismo. Fugge in Francia ed in Russia. Arrestato, è rinchiuso nella colonia penale di Ventotene. 

Nel 1945 è eletto Segretario Generale della CGIL, nel 1946, 1948, 1953 è eletto Deputato per il PCI. Nel 1956 critica aspramente l’invasione russa in Ungheria e rischia, unico parlamentare comunista, l’espulsione dal PCI. 

Quando è segretario della Camera del Lavoro viene spesso a Terlizzi per questioni bracciantili. Pone il problema della luce e dell’acqua che devono riguardare la dignità della vita, non solo le abitazioni dei ricchi. Una sera invernale del 1921, nella cantina di Zocn (la zoccola è un topo grosso), sita in Terlizzi, in via De Napoli, Di Vittorio cena, a lume di candela, con i comunisti Michele Dello Russo (Terlizzi 6 giugno 1908 – Bari 19 maggio 1967) e Francesco Guastamacchia, (Terlizzi 28 aprile 1905 – 6 dicembre 1980) in seguito entrambi perseguitati dal fascismo e figure di spicco dei comunisti, con Dello Russo sindaco del CLN. Nella cantina si mangia ottima carne alla brace, tradizione di Terlizzi, si beve ottimo vino nero e si gustano le verdure prodotte in loco. La cena è consumata su tavolacci ricoperti da carta di imballaggio. I bicchieri, chiamati rzzuel, sono grossi ed in ceramica locale. La cantina è formata da una grande stanza e su un lato di essa il fuoco per arrostire.

I tre comunisti parlano di salari bassi, lotte contadine e terre tenute incolte da grandi proprietari terrieri. Accanto a loro, ad un altro tavolo, il notaio Lorenzo De Sario (Terlizzi 2 agosto 1872 – 9 luglio 1964) ed il giudice Francesco Paolo Ruggieri (Terlizzi 8 dicembre 1871 – 12 settembre 1963) nel 1946 assessori della prima Amministrazione Comunale eletta con il Sindaco Andrea Vendola (3 giugno 1917 – 13 agosto 2014). Mangiano anche loro carne, in compagnia di tre sacerdoti. Discutono di eguaglianza tra uomini, specificando che il cittadino non è solo il borghese, ma anche il contadino e l’operaio che devono essere preparati all’impegno politico. Gli uni ascoltano i discorsi degli altri. Un sacerdote di bassa statura suona il mandolino e canticchia una canzone che ripete spesso la parola Biancofiore.

Di Vittorio, incuriosito dal sacerdote che parla con cadenza siciliana, si avvicina al tavolo, si presenta e chiede da quale parte d’Italia proviene il sacerdote. La risposta è: Sono Don Luigi Sturzo, provengo da Caltagirone in Sicilia. Gli altri due sacerdoti sono don Pasquale Uva  (Bisceglie 11 agosto 1883 – 13 settembre 1955) e don Domenico Paparella  (Ruvo 13 marzo 1881 – 25 maggio 1928). Sono qui perché don Domenico mi ha detto che si mangia ottima carne. Aggiunge che in provincia di Bari il Partito Popolare ha altri quattro sacerdoti segretari: don Nicola Monterisi (Barletta 21 maggio 1867 – 30 marzo 1944), don Felice Bolognese (Altamura 21 gennaio 1878 – 12 agosto 1934), don Riccardo Lotti (Andria 26 settembre 1877 – 17 febbraio 1935), don Serafino Germinario (Santeramo 30 dicembre 1870 – 10 settembre 1953.

La cena continua a tavolacci uniti e Di Vittorio si dice felice di conoscere don Sturzo del quale apprezza le battaglie autonomiste e le lotte per la uguaglianza dei diritti tra le persone.

Di Vittorio e don Sturzo convengono sulla necessità che le terre incolte siano espropriate ai latifondisti e cedute ai braccianti, che la proprietà privata abbia utilità sociale. Appuntano queste idee sulla tovaglia di carta e la firmano. Ritroviamo questi principi nella Costituzione repubblicana del 1946.

Mi racconta questo episodio il senatore Gabriele De Rosa, (Castellamare di Stabia 24 giugno 1917 – Roma 8 dicembre 2009), massimo storico di Sturzo, suo amico. Prima comunista, poi democristiano.

Quando mi mostra la tovaglia di carta e la scritta Terlizzi una grande emozione mi avvolge. La vicenda mi è confermata dall’insegnante Nicola Stragapede di Ruvo di Puglia, deceduto pochi anni fa, nipote del sacerdote Paparella.

Don Luigi Sturzo viene in Puglia perché il ruvese don Domenico Paparella (detto don Mengucce pek pek, poco poco, perché esile e basso), è direttore della Banda Musicale di Ruvo e gli musica l’inno Bianco- fiore scritto da un sacerdote toscano. Biancofiore è l’inno del partito Popolare di Sturzo e della Democrazia Cristiana.

Don Domenico Paparella muore in giovane età, anche a seguito delle percosse e delle fucilate ricevute a Ruvo dai fascisti per le sue note posizioni di condanna del regime di Benito Mussolini.

*Insieme è pubblicato dal Partito democratico della Puglia. L’articolo, qui riproposto per gentile concessione dell’autore, più volte parlamentare del Pd, è apparso sul numero 2 (ottobre 2023).

Tempi Nuovi ha scelto il PDE per motivi di coerenza

L’adesione del movimento politico ‘Tempi Nuovi-Popolari Uniti’ al Partito democratico europeo è stato un passaggio importante non solo per l’area popolare e cattolico sociale del nostro paese ma anche, e soprattutto, per contribuire a caratterizzare maggiormente sul versante politico i partiti e i movimenti politici che si riconoscono nella tradizione popolare.

Ora, è di tutta evidenza che sarebbe una soluzione certamente auspicabile se tutti i democratici cristiani, i popolari e i cattolici sociali nazionali si riconoscessero in una unica sigla europea. Cioè, sotto lo stesso tetto politico. Penso, come ovvio, al PPE. Ma è altrettanto indubbio che a tutt’oggi esistono ancora profonde differenze politiche, culturali e programmatiche all’interno del nostro ex mondo di riferimento. Differenze che, purtroppo, hanno diviso, e continuano a dividere, uno dei campi politici più democratici ed europeisti del vecchio continente. Mi riferisco al versante del popolarismo e della cultura democratico cristiana.

Ma, se non vogliamo svendere il nostro patrimonio e la nostra cultura politica – andando a confluire, ad esempio, con i socialisti e con gli ex o i post comunisti – e in attesa di costruire, seppur pazientemente, le condizioni per ricomporre un universo valoriale e un’area politica tuttora frammentata e molto parcellizzata, abbiamo anche il dovere di compiere dei passi che siano il più possibile coerenti con la nostra storia e il nostro storico patrimonio culturale ed ideale.

E la scelta di ‘Tempi Nuovi’, ovvero l’area popolare appena ricostruita nel nostro paese, di confluire nel Pde, forte del rapporto con il francese Francois Renè Bayrou, storico amico di Guido Bodrato e dei centristi democristiani italiani, non è affatto una scelta incoerente o dettata dal solo tatticismo. Non a caso, siamo ritornati in un alveo che avevamo già conosciuto ai tempi della Margherita, sempre scegliendo il rapporto con il francese Bayrou. E, del resto, proprio nel Pde ci sono i democratici cristiani baschi del PNV. Anche loro, come l’esperienza italiana, usciti dal PPE dopo la sterzata conservatrice della rappresentanza tedesca. Ed è proprio grazie a quella scelta che confluirono nel PPE, al tempo, Forza Italia e lo stesso Partido Popular spagnolo, quest’ultimo di matrice post franchista.

E, inoltre, la scelta del Pde forse si qualifica anche su un altro aspetto. Ovvero, sul versante delle alleanze. Perché proprio questa decisione coincide con la volontà di ricostruire una coalizione composta da Popolari, socialisti e liberal democratici. Se, invece, si dovesse scegliere un’altra coalizione – basti pensare al PPE secondo la versione di Weber e la sua indubbia predilezione, ad esempio, per la destra italiana – non si avrebbe la stessa chiarezza politica complessiva.

Ecco perché, in attesa che si ricomponga un quadro politico europeo sufficientemente chiaro e lungimirante, occorre procedere con la politica dei “piccoli passi”. Ben sapendo che non possiamo pensare che la cultura, il pensiero e la tradizione del popolarismo di ispirazione cristiana possa coincidere con Tajani e con ciò che rappresenta attualmente Forza Italia nel nostro paese. Non può una tradizione come quella del popolarismo ridursi ad una versione macchiettistica.

Certo, abbiamo il dovere – questo sì – di essere all’altezza della situazione e di lavorare, tutti insieme, per rafforzare laicamente la nostra identità, la nostra cultura e il nostro progetto politico. Se lo faremo e se saremo all’altezza, potremmo anche essere credibili per favorire e ricostruire una ‘ricomposizione’ di tutti i popolari. A livello nazionale come a livello europeo.

Formiche | Cirino Pomicino critica Meloni su legge di bilancio e Ue.

Federico Di Bisceglie

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Tra pochi mesi si voterà in Europa. L’Italia che partita deve giocare?

Se Meloni vorrà davvero diventare la guida di un gruppo di conservatori “potabili” per assumere un ruolo di rilievo nella governance europea, dovrà seguire il più possibile la linea di Guido Crosetto, che è un democristiano. Fratelli d’Italia dovrebbe selezionare un gruppo di intellettuali, politici e imprenditori per dare pensiero e prospettiva al partito. Diversamente si rischia di avere una vecchia storia vestita a festa. Ci vogliono i contenuti per fare una politica estera degna di questo nome.

 

In politica estera però Meloni è stata riconosciuta come leader credibile e affidabile. Anche in virtù del saldo ancoraggio atlantista, ridimensionando i rapporti privilegiati con i Paesi Arabi ai quali la politica della Prima Repubblica si era sempre rivolta.

 

Il premier ha fatto una scelta che in qualche misura interpreta l’ortodossia della società italiana che in grande maggioranza è europeista e filo atlantica. Però non ci dimentichiamo che la politica della Prima Repubblica seppe da sempre coltivare i rapporti con i Paesi Arabi mantenendo intatta una linea convintamente filo atlantica. Arafat nell’82 fu ospitato da Andreotti a Montecitorio nella seduta dell’interparlamentare, con qualche mugugno degli Stati Uniti. Undici anni dopo Arafat e Rabin firmarono gli accordi di Oslo alla presenza di un raggiante Bill Clinton.

 

A proposito di Israele. Quale potrebbe essere il ruolo dell’Italia nell’ambito del conflitto innescato dall’attacco di Hamas?

L’Italia deve essere un facilitatore per la pace. In prospettiva il governo dovrebbe pensare a una sorta di “Piano Mattei” per la Terra Santa. Solo attraverso un robusto piano di sviluppo sostenuto dal mondo Occidentale e da quello Arabo si potranno ottenere due popoli e due stati capaci di dialogare.

 

Sul piano interno l’esecutivo è alle prese con la stesura della Manovra. Che idea si è fatto?

Questa manovra è uguale a tutte quelle che sono state fatte negli ultimi trent’anni. Qualche intervento spot, qua e la, ma nessuno davvero strutturale e orientato alla crescita. Non c’è, insomma, il respiro necessario cui dovrebbe ambire un grande Paese come il nostro.

 

Bisogna fare i conti, al di là della congiuntura non facile, con un debito pubblico piuttosto pesante.

Il debito di 2850 miliardi toglie al benessere del Paese cento miliardi di interessi all’anno. Ciò che manca è, però, una visione di lungo periodo. Quando si è costretti a fare un debito, bisogna anche avere la capacità di crescere, come avvenne negli anni ’80 quando il Paese cresceva di 2,5 punti reali al netto dell’inflazione. Oggi siamo indebitati e impoveriti.

 

Fonte: formiche.net

Titolo originale: Gli estremismi in Ue non funzionano. Meloni segua la linea Crosetto. Parla Pomicino.

Unione Europea, la reazione di Israele sia conforme al diritto umanitario.

“L’Unione europea condanna con la massima fermezza Hamas e i suoi attacchi terroristici brutali e indiscriminati in tutta Israele e deplora profondamente la perdita di vite umane. Non esiste alcuna giustificazione per il terrorismo. Sottolineiamo con forza il diritto di Israele di difendersi, in linea con il diritto umanitario e internazionale, di fronte a tali attacchi violenti e indiscriminati. Ribadiamo l’importanza di garantire, in ogni momento, la protezione di tutti i civili in linea con il diritto internazionale umanitario”. È quanto si legge in una dichiarazione del Consiglio europeo che definisce la posizione comune dell’UE sull’evolversi della situazione in Medio Oriente.

“Esortiamo Hamas a liberare immediatamente tutti gli ostaggi senza alcuna precondizione. Ribadiamo l’importanza di fornire aiuti umanitari urgenti e siamo pronti a continuare a sostenere i civili più bisognosi a Gaza in coordinamento con i partner, facendo in modo che tale assistenza non sia oggetto di abusi da parte delle organizzazioni terroristiche. È fondamentale prevenire un’escalation regionale.

Manteniamo il nostro impegno a favore di una pace duratura e sostenibile sulla base della soluzione fondata sulla coesistenza di due Stati, attraverso l’intensificazione degli sforzi nell’ambito del processo di pace in Medio Oriente. Sottolineiamo la necessità – si legge nella chiusura della dichiarazione – di un ampio dialogo con le legittime autorità palestinesi nonché con i partner regionali e internazionali che potrebbero svolgere un ruolo positivo nella prevenzione di un’ulteriore escalation”,.

Tajani condanna all’irrilevanza un centro impaniato nelle contraddizioni della destra

A destra s’ode uno squillo di tromba. Che cosa annuncia? Antonio Tajani, parlando a Monza nel corso di una manifestazione elettorale di Forza Italia, ha detto che l’adesione al Partito Popolare Europeo “è un grande valore”, tanto da aggiungere subito appresso: “Noi siamo gli unici in Italia a rappresentarlo”. Il messaggio vuole essere chiaramente un appello a serrare i ranghi sotto le bandiere del partito che in Europa, dopo aver accantonato la funzione di rappresentanza delle forze democratico cristiane, ha preso a cuore l’esigenza di rappattumare i moderati e i conservatori di vaga tendenza centrista presenti nei Paesi dell’Unione. Per questa scelta, contestata a suo tempo dal Partito Popolare Italiano e tradotta successivamente in una dolorosa rottura, è andato manifestandosi passo dopo passo un insieme di equivoci e contraddizioni a carico della immagine stessa del PPE, come è avvenuto in effetti per il “caso Orbán”, risolto solo ultimamente e a fatica con il provvedimento di espulsione. 

Difendere la tradizione del popolarismo, quella propriamente italiana che va da Sturzo a De Gasperi e da Dossetti a Fanfani, e quindi a Moro, è un impegno reso molto complicato dalla diaspora susseguente alla dissoluzione della Democrazia cristiana. Ciò non toglie, tuttavia, che un principio di continuità debba essere salvaguardato in un quadro di assoluta novità, badando a non trasformare con indebita manovra i popolari che proprio Sturzo, nel memorabile discorso di Caltagirone del 1905, definiva “democratici” per distinguerli dai cattolici “conservatori”, descritti addirittura come “fossili”.   

Sta qui la distanza, non solo sul piano ideale. Infatti, valgono anche motivazioni più specifiche, legate alla critica del presente. Tajani volta le spalle alla realtà e parla di un centro, identificato con Forza Italia, come “punto di equilibrio della politica italiana”. In verità, nell’attuale coalizione di governo si fatica a cogliere questa rivendicata centralità: in Parlamento la pattuglia degli Azzurri ha un peso relativo, piuttosto a menare le danze è la premier Meloni. La realtà, volutamente ignorata, parla di una destra di governo che si macera in un dissidio gigantesco, perché da un lato vorrebbe (con Salvini) esportare in Europa l’anomalia italiana – tutti uniti, a destra, contro i socialisti – ma dall’altro preferirebbe (con Tajani) la dissimulazione, ben sapendo che pure i cristiano democratici tedeschi si oppongono alla contaminazione con i sovranisti alla Le Pen o peggio alla AfD (la destra radicale incombente sulla Germania).

Dov’è il punto di equilibrio? La pretesa di Forza Italia è di fungere da garante in Europa, immaginando che la Lega pieghi la testa di fronte a un accordo ristretto all’ipotizzato asse tra Popolari e Conservatori, senza i sovranisti. Se ciò avvenisse, sarebbe un colpo durissimo alla credibilità dell’alleanza che regge il governo Meloni. È questo l’obiettivo di Tajani, cambiare cioè l’equilibrio attuale modificando la composizione della maggioranza? No, non è questo. Più volte, infatti, il titolare della Farnesina ha dichiarato che Forza Italia lavora per la stabilità del quadro di governo, escludendo l’eventualità di un redde rationem con la Lega. Allora, l’esito di questa politica non può che essere la contraffazione del centro, poiché verrebbe a proporsi, secondo lo schema di Tajani, in termini di asservimento alle dinamiche scomposte e dannose di una destra incapace di fare chiarezza al proprio interno e nei rapporti con l’Europa, e perciò votata a proseguire sul sentiero dell’ambiguità.

Il centro invece, a intenderlo come piace a noi, reclama una serietà maggiore.

Elly Schlein e il taxi vuoto di Churchill

Un anno da segretario è passato, e sulla Schlein resta un dubbio. È partita in salita con tanta volontà e un pizzico di sfrontatezza che in politica non guasta. A Natale era ancora in salita, ma spingeva bene e tutto faceva pensare che per la primavera si sarebbe delineato il profilo della leader eletta non da quelli del partito, ma anche per contrastare la Meloni, a sua volta regina Cleopatra in ascesa verticale.

Ma forse per il bisticcio delle stagioni che non ci sono più – ormai dobbiamo dire addio alle quattro stagioni – ad aprile la Schlein è arrivata con la voce fioca, tant’è che dal ponte maestro la regina Cleopatra in piena navigazione, non la sente nemmeno e tira dritta per la sua rotta, con un equipaggio assai bisbetico. 

Schlein ha avuto un incerto cammino da avviare: ascoltare una base che non l’ha voluta e non l’ascolta, oppure rivolgersi alla gente, quelli che l’hanno votata e a quelli che “proprio no, non la posso votare, resto a casa”. Si impegna molto nel portare argomenti di critica al governo della altrettanto giovane Cleopatra, ma senza la dovuta essenziale cattiveria nel dire le cose. Ancor prima del contenuto, il suo messaggio non arriva e si perde nei venti. Di fatti ce ne sono molti: in casa propria qualcuno sbatte la porta e se ne va, un gruppetto aspetta di vedere come va agli usciti, mentre il grosso, tra una riunione e l’altra, studia come sganciarsi. Nel Paese le politiche di difesa dei ceti deboli, che dovrebbero essere un must, la fanno i sindacati e, colpaccio della Cleopatra, la destra sociale. Nel settore produttivo industriale e finanziario del Paese la danno “non pervenuta”. All’estero succede di tutto, gravissime crisi internazionali che richiedono posizioni chiare e definite, ma è un rincorrere posizioni di altri, e la voce si spegne nei venti. La Cleopatra che è nata presenzialista non lascia uno spillo di spazio a disposizione anche solo per dire un sì o un no, e non essendo diventata un leader riconosciuto anche a livello europeo, a nessuno viene in mente di chiedere una opinione su qualcosa. 

Schlein ci passa l’estate a “gridare” con la voce che ha, e non ha dalla sua neanche il clima perché l’estate sembra durare all’infinito (si è presa già i primi giorni dell’autunno): i risultati sono pochi. Dopo così tante energie spese, con la prospettiva che se ne debbano impegnare di più ancora, lo spettro del taxi di Churchill si fa vedere…Schlein come Clement Attlee: “Si fermò un taxi vuoto davanti a Downing street e scese Schlein”.

Giorgio Giovannoni lascia un vuoto in Firenze e nel cattolicesimo democratico

La Firenze di La Pira perde un altro importante testimone, Giorgio Giovannoni. Aveva 92 anni. Il decesso è avvenuto oggi [ieri per chi legge, ndr] nella Casa di cura Villa delle Terme, ai Falciani, dove era ricoverato da qualche giorno. Le sue condizioni di salute si erano aggravate dopo la scomparsa del fratello gemello Gianni, avvenuta appena un mese fa. […] I funerali verranno celebrati dal card. Gualtiero Bassetti, [oggi] lunedì 16 ottobre, sempre alla Pieve di Rifredi, alle 15.30.

Dalla fine degli anni Sessanta Giorgio è stato il più stretto collaboratore di La Pira per la politica internazionale, accompagnandolo in quasi tutti i viaggi all’estero, sia in Medio Oriente che in Russia. Per questo, per una politica internazionale nuova orientata alla pace, al dialogo, ha dedicato la sua vita di autentico cristiano laico. Con l’avvio della Conferenza di Helsinki, nel 1973 fu scelto dai partiti dell’arco costituzionale quale segretario generale del Forum italiano per la sicurezza e la cooperazione in Europa e nel Mediterraneo, incarico mantenuto fino al 1992.

Giorgio, con la mamma, la sorella Grazia (1926) ed il fratello gemello Gianni, nel giugno del 1943 era dovuto sfollare in Mugello, per sfuggire ai bombardamenti su Firenze. Nella frazione della Mirandola (comune di Vicchio) si adoperò come staffetta per favorire le comunicazioni tra i partigiani della zona e quelli sul monte Giovi. Tornata a Firenze nella zona di Bellariva nell’ottobre 1943, la famiglia chiese ospitalità nel convento domenicano di San Marco, essendo stata la loro casa dapprima requisita dalle SS, il 1° agosto 1944; poi colpita dalle cannonate dei tedeschi in ritirata dopo la Liberazione di Firenze. Il 2 settembre era nel convento quando vide tornare da Roma nella sua cella, La Pira, dopo un anno di lontananza. 

Impegnato negli anni Cinquanta nel movimento giovanile Dc, insieme al fratello Gianni, sin dal 1954 organizzò la campagna in vista del Congresso provinciale della Dc, promuovendo insieme a Nicola Pistelli la lista «Iniziativa di Base», che nel marzo del 1955 conquistò la maggioranza assoluta nel nuovo comitato provinciale. Collaboratore dal luglio 1955 del quindicinale «Politica», ne divenne poi redattore capo fino al giugno 1965. Già dal 1964 aveva dato vita al mensile «Note di Cultura», periodico di politica nazionale e internazionale, che diresse fino al 1974. 

Dal 1987, insieme al fratello Gianni, ha curato la redazione del nuovo trimestrale «Cultura. Itinerari di politica e di cultura», con segretario di redazione Stefano Tilli. 

Con La Pira Giorgio aveva curato la scelta degli articoli (1963-1970) per l’antologia Unità disarmo e pace, pubblicata con la introduzione di dom Helder Camara dalla editrice Cultura nel 1971; per la stessa editrice aveva pubblicato nel 1978 Il sentiero di Isaia, riedito nel 1979.

«Era uomo di grande visione e intelligenza, lucidissimo nelle analisi politiche, buono con tutti. Sempre disponibile. – ricorda il vicepresidente della Fondazione La Pira, Maurizio Certini –. Varie volte ho accompagnato da lui i nostri ragazzi del servizio civile in formazione al Centro Internazionale Studenti La Pira, e anche se da alcuni anni faceva tanta fatica a parlare per i suoi gravi problemi polmonari da ex gran fumatore, non mi ha mai detto di no. Sostava con i ragazzi senza misurare il tempo. Ai giovani credeva intensamente. Era infatti molto legato all’Opera per la gioventù Giorgio La Pira, che considerava come parte della sua famiglia, contribuendo alla crescita di generazioni di ragazzi, con la sua parola, con la sua presenza sempre discreta e autorevolissima ai campi estivi internazionali de «La Vela». Era povero per scelta. Evangelicamente povero. Ricco di molti doni, spiccava per la sua grande umiltà e per la sua fede nel Risorto. Lascia un vuoto enorme. Con lui è partita una parte importante di Firenze, parte migliore e non minore rispetto alle persone più note che dettero alla Firenze degli anni Cinquanta, Sessanta e in parte Settanta, una straordinaria spinta spirituale e politica accanto alla “povera gente”, orientando alla fraternità universale».

Ebrei e palestinesi, due popoli in una terra contesa.

Foto di Tumisu da Pixabay
Foto di Tumisu da Pixabay

Sebbene queste ore e giorni siano quelli tragici in cui a parlare tra Israele e Palestina sono ancora le armi, e dunque la priorità è costituita dalla dimensione umanitaria per limitare le conseguenze sui civili, e dalla ricerca di un cessate il fuoco il più presto possibile, occorre guardare al dopo anche per evitare il rischio tutt’altro che remoto, di un allargamento del conflitto, proprio mentre Ovest e Est sono già in guerra in Europa.

Innanzitutto deve essere viva la convinzione che, come osservato dal patriarca di Gerusalemme, cardinal Pierbattista Pizzaballa, i due popoli sono destinati a fare i conti ognuno con l’esistenza dell’altro, sebbene questo ricorso alla violenza in forme così estreme, ricorso riacceso dall’attacco indiscriminato di Hamas a Israele la settimana scorsa, allontani e ritardi nuovamente la prospettiva del dialogo.

Anche perché, se è vero che l’Occidente si è stretto compatto attorno a Israele in seguito alla orribile strage perpetrata da Hamas la scorsa settimana in zone di Israele vicine al confine con Gaza, nel contempo però sta emergendo un fatto inedito: che la solidarietà e il sostegno dell’Occidente, per quanto essenziali, non sembrano più sufficienti, da soli, a garantire la sicurezza di Israele.

Le guerre nel Grande Medio Oriente degli ultimi trent’anni non hanno dato l’esito atteso dal loro principale promotore, gli Stati Uniti, ma hanno prodotto addirittura la fuoriuscita di alcuni stati chiave di quell’area, come Iraq e Afghanistan, dalla sfera di influenza occidentale. Altri, come l’Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, hanno intrapreso percorsi in autonomia, pur senza fratture con l’Occidente, che li hanno condotti a divenire dal prossimo primo gennaio membri effettivi del Coordinamento BRICS.

In questa luce appare difficile intravedere come effetto dell’attacco terroristico di Hamas, uno stravolgimento della linea dell’Arabia Saudita nei confronti di Israele. Perché già prima dei colloqui con Israele per la normalizzazione delle relazioni sullo schema degli accordi di Abramo, quei contatti erano intepretati da Riyad come propedeutici alla soluzione a due stati tra Israele e Palestina. Come lo era, a ben vedere, anche la controversa intenzione americana di trasferire la propria ambasciata a Gerusalemme, perché contestualmente la parte Est della città santa per le tre grandi religioni monoteiste viene considerata capitale del futuro stato di Palestina.

Analogamente il punto di vista occidentale rischia di sottostimare la portata del cambio nelle relazioni tra Arabia Saudita e Iran, propiziata dalla paziente iniziativa diplomatica cinese, e rafforzata dalla comune adesione delle due potenze del Golfo Persico ai BRICS. Tali fattori sembrano dar forza alla tesi, al di là di sempre possibili nuovi motivi di attrito, che l’Arabia Saudita non rinuncerà a porre delle condizioni per riprendere la strada del dialogo con Israele e allo stesso tempo che l’Iran viene disincentivato dall’assumere una posizione più estremista di quella che già esprime sul conflitto israelo-palestinese, pur essendo completamente schierato dalla parte palestinese e addirittura dando un sostegno al movimento terroristico di Hamas.

Su richiesta dell’Arabia Saudita mercoledì prossimo a Gedda si terrà una riunione urgente del comitato esecutivo dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica sulla situazione dei civili a Gaza. È l’organizzazione che rappresenta circa due miliardi di musulmani nei Paesi aderenti, che fa sentire la propria voce. Cina e Russia rilanciano la prospettiva della soluzione a due stati, che peraltro è quella ufficialmente adottata dalle Nazioni Unite. E diversi altri attori di rilevanza globale, come stati singoli o come organizzazioni internazionali, si muovono nella medesima prospettiva, e incidono nel dibattito globale sulla ricerca di una soluzione diplomatica per il conflitto israelo-palestinese. Sono le nuove dinamiche della multipolarità, che si presentano in modo inedito di fronte a questa guerra, e delle quali occorre tener conto in modo che non appena, speriamo il più presto possibile, verranno messe a tacere le armi, si possa intraprendere come Paese e come Unione Europea l’iniziativa più appropriata per la pace.

Israele deve anche muovere guerra alla cieca logica della vendetta    

La gazza ladra ha la fama da secoli di essere attratta da oggetti metallici che ruba per portarli nel suo nido. Ce ne vorrebbero miliardi per portare via le munizioni che brillano in questi giorni a Gaza, sulla terra della Palestina e di Israele per dare fine alla ennesima guerra andata ben oltre quella delle passioni o della sua precedente fase fredda.

La Storia è la esposizione della ricerca, una indagine sui fatti passati, il tentativo di saperne leggere la composizione. Giocando a ruba bandiera Israeliani e Palestinesi si contendono uno stesso territorio rivendicandone a variotitolo la primogenitura.

Un centinaio danni prima di Cristo gli Ebrei di quel territorio a causa di repressioni romane migrarono verso lEuropa dando vita alla Diaspora.  Secoli dopo la Palestina, a seguito di conquista, venne sostanzialmente arabizzata.

Un paio di secoli fa ebbe origine il movimento sionista che ambiva alla costituzione di uno stato ebraico, tornando alla terra ormai occupata da un altro popolo.

Dopo la fine del mandato britannico nacque comunque lo Stato di Israele per come lo conosciamo oggi. Il conseguente conflitto con gli Stati confinanti ebbe per conseguenza la Nakba, la catastrofe, per quasi un milione di arabi in esodo nei campi profughi insediati nei paesi vicini.

Questo è un quadro sempre in movimento dove la cornice si deve continuamente adeguare alla tela che cambia forma senza pace.

Più di recente, dopo unaltra guerra, Israele vittoriosa ha annesso la Cisgiordania alla Giordania e la striscia di Gaza ed il Sinai allEgitto, a cui venne poi restituito, e infine il Golan al Libano.

Dopo una serie di accordi si stabilì di cedere una parte della Cisgiordania e Gaza per la creazione di uno Stato Palestinese a cui non si è ancora giunti. Qui è lasino che, cadendo, si è fratturato gli arti e non se ne trova il modo di rimetterlo in piedi.

In campo è infatti ancora insoluta la questione relativa allo status di Gerusalemme, il ritorno dei migranti arabi nella terra dorigine e linsediamento di coloni ebrei in Cisgiordania.

Sullesasperazione di una scena perennemente storpiata si destreggia  Hamas con la sua portata di morte. Già qui qualcosa suona in modo stonato.

Ci si deve rassegnare a questi terroristi che muovono in modo diverso dai nostri Carbonari risorgimentali che per lo più si nascondevano per tramare occultamente contro il potere ma non erano efferati nelle loro azioni di lotta.

Molto dopo le nostre Brigate Rosse hanno lasciato sul campo vittime innocenti. Nessuno però è giunto a violentare donne, torturare i prigionieri rapiti e decapitare bambini. Qui cade la logica della guerra e del terrorismo che è scontro non convenzionale e si dà il passo a pura brutalità.

Hamas ha del resto nel suo statuto lannientamento di Israele e non sembra abbia capacità di amare il prossimo, tanto meno le altre fazioni arabe, come Fatah, con cui pure si è fronteggiata. Gli Arabi tra di loro sono usi perennemente ad azzannarsi, i loro fallimenti sono evidenti.

Gaza ha nel nome lidentità di città forte e feroce, gli Egizi la consideravano preziosa. Sarà per questa serie di elementi che è tanto ambita e tormentata.

Ma tutta la Palestina da sempre è terra destinata ad una continua ebollizione. Prese il nome da Philistine perché in possesso dei Filistei che già da allora odiavano gli Ebrei. Prima ancora fu battezzata Canaan, la terra promessa. Ancora oggi non è dato sapere promessa a chi ed a chi spetti.

Sulla striscia di Gaza in queste ore la furia di Israele. Striscia è una parola che si presta naturalmente a questa tragedia. Da una striscia di sangue ne sta eruttando un fiume e, da ribrezzo, striscia a terra il serpente di morte. Tra lerba efior venia fori la mala strisciadirebbe Dante. La strage che si consumerà prenderà quella terra in pieno e non di striscio.

Lo Stato di Israele, ferito a morte, non lascerà questa volta facilmente la presa. Ecoluiche combatte con Dio, certa di averlo a suo fianco. Non lo fermerà, in mano ad Hamas, la minaccia degli ostaggi da usare come scudi umani.

Questi ultimi, nelle condizioni drammatiche di catturati, non godono della considerazione dorigine latina degli antichi ospiti. Piuttosto sembrano degli ostacoli alle prossime mosse di guerra.

Correranno ancora altri proiettili; avanti ai nemici verranno proiettati immediati messaggi di morte, gettati innanzi a loro condanne senza scampo. Eil momento delle bombe, con un fragore maggiore del ronzio che le hanno dato i natali, assai più di un rumore sordo a cui erano da principio ispirate. In quel cielo sono sparati razzi a tutto spiano, luminosi come i raggi del sole ma più devastanti.

Equestione di reagire alleccidio perpetrato da Hamas che ha fatto macelleria messicana nel rave party Supernovadi Reim , che ha squarciato il cuore di Israele, lacerandone il più intimo tessuto.

Prendendo spunto dal significato di ravei criminali hanno fatto parlare con eccitazione e in maniera non controllata le armi, mandando in frantumi con una imprevedibile esplosione la Supernova. Con il suo carico di morte e di violenza è stata colta di sorpresa, questa volta triste che qualcuno ne abbia emulato le scoppiettanti leggi del cosmo.

Ora dovremmo tutti aggrapparci alla speranza di una reazione spropositata. Al contrario del pensiero corrente, se dovesse esserci un peso pari al torto subito, Israele non dovrebbe conoscere alcun sentimento di pietà, di rispetto o di misura.

Se fosse coerente al male patito dovrebbe andare oltre il concepibile: Hamas ha oltrepassato con le sue gesta persino il confine dellodio, facendolo impallidire, relegandolo a dispettuccio dinfanzia.

La speranza è che metta invece in campo una reazione sproporzionata, più flebile della ferita che gli si è inflitto, ancora in armonia con le regole della guerra, semmai ve ne fossero.

Muoversi pro porzione, dando a ciascuno ciò che merita, è una prospettiva da non augurarsi. Ci auguriamo propositi diversi. Agli interessati del genere resta ancora larma della preghiera.